| Il corso del Lambro | ||||
| Il Lambro dalla sorgente alla foce negli annulli e cartoline |
Il
fiume Lambro si è formato in epoche assai recenti della storia geologica
della nostra pianura. Infatti il suo corso si è individuato solo
dopo la fusione dei grandi ghiacciai würmiani, che scendendo dalle
valli alpine sboccano in pianura, depositando proprio ai piedi delle Prealpi
apparati morenici e disseminando coltri di materiali alluvionali attraverso
una miriade di scaricatori.
Il fiume Lambro non è l’illustre sconosciuto scoperto e studiato soltanto dalle nostre generazioni, perché già anticamente se ne parlava e frequentemente. Lo studioso di storia naturale Plinio il Vecchio, morto nell’anno 79 dopo Cristo, già lo conosceva chiaramente e lo definisce «il figlio delle Alpi»; ed il vescovo poeta francese Sidonio Apollinare, del quinto secolo dopo Cristo, deve essere stato impressionato dalla vegetazione, quando in una delle sue lettere descrive il Lambro «ulvosum», vale a dire «pieno di erbe palustri», alludendo forse anche alle paludi che qua e là fiancheggiano il fiume.
Il Lambro non sfuggì al compilatore di quella carta geografica dell’imperatore romano, dal nome di un antiquario di Augusta del 1500, chiamata Tabula Peutingeriana, dove tra l’interesse scientifico ed una velleità artistica si descrivono gli itinerari antichi: il colto e raffinato compilatore scrive il fiume Lambro con la parola Ambrus, sulla quale parola, in forma sincopata, si sono infranti i tentativi di una interpretazione accettabile. Il fiume Lambro nasce dall’alpe di Magréglio (Co) in località Piano Rancio, all’interno dei due rami del Lago di Como, e sfocia nel Po, nei pressi di Corte S. Andrea (Lo), dopo aver percorso 130 chilometri. Il
Lambro nasce a quasi mille metri di altitudine, alle pendici del Tivano
(Piano Rancio) ed è una breve ma poetica iscrizione scolpita nella
roccia, ma ormai consunta, ad indicarci il luogo esatto.
È una piccola sorgente che viene alla superficie grazie ad un caratteristico fenomeno dovuto alla struttura interna della roccia che, riproducendo le condizioni idrostatiche del sifone, ne fa una fonte intermittente tale da giustificare l’appellativo di Menaresta. |
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