{"id":2101,"date":"2010-06-12T23:47:15","date_gmt":"2010-06-12T23:47:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.melegnano.net\/?p=2101"},"modified":"2010-06-12T23:47:15","modified_gmt":"2010-06-12T23:47:15","slug":"memorie-concas308","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.melegnano.net\/memorie\/concas308.html","title":{"rendered":"Luglio&#8230;"},"content":{"rendered":"<div class=\"tabella-scorrevole\"><table>\n<tr>\n<td>\n<h2>Almanacco del mese di Luglio&#8230;<\/h2>\n<table>\n<tr>\n<td><strong>Luglio:\u00a0<\/strong><br \/>\n<br \/><strong>Luglio \u2013 mes\u2019\u2019e arjolas; mes\u2019\u2019e treulas; mes\u2019\u2019e su Cramu<\/strong><br \/>\n<br \/>\u00c8 il mese della raccolta delle messi: arjolas erano appunto le aie dove\u00a0 venivano ammassati i covoni del grano o di altri cereali (i[s] manugas de su lori) per la trebbiatura (sa treula), che avveniva solitamente con i cavalli.<br \/>\n<br \/>Luglio = dal latino <em>Iulius mensis<\/em><br \/>\n= mese di Giulio, riferito a Giulio Cesare, il grande riformatore del calendario romano. Calendario deriva da calendae = il primo giorno di ogni mese; Calendario siderale, basato sui periodici ritorni delle stelle fisse; Calendario solare basato sull\u2019apparente rivoluzione del sole intorno alla terra; Calendario lunare &#8211;\u00a0 basato sulle fasi lunari o rivoluzioni della luna intorno alla terra. Per noi il calendario pu\u00f2 essere o astronomico o civile, in cui il secondo altro non \u00e8 che l\u2019adattamento del primo alle esigenze civili dell\u2019uomo.\u00a0<br \/>\n<br \/>L\u2019uomo primitivo si \u00e8 sempre orientato rispetto al tempo, in base alle sue esigenze quotidiane, mensili, stagionali e annuali, servendosi del moto apparente del sole e degli astri e del moto della luna. Ad esempio\u00a0 un indiano Sioux del Dakota, abituato ad andare a dormire appena scende il buio della notte e a risvegliarsi alle prime luci dell\u2019alba, conter\u00e0 le notti o meglio le dormite: \u201c Da quel fatto, ho dormito 7 volte\u2026\u201d &#8211; sono trascorsi sette giorni. Per i primitivi non si pu\u00f2 parlare di anno solare o lunare, ma di anno naturale o meglio vegetativo, in cui hanno importanza i fenomeni periodici della natura. Il popolo civilmente avanzato degli Aztechi divideva l\u2019anno di<br \/>\n365 giorni,\u00a0 in 18 parti, di 20 giorni ciascuna, che\u00a0 prendeva il nome di una festa. I cinque giorni rimanenti erano considerati nefasti per qualsiasi attivit\u00e0.<br \/>\n<br \/>Il calendario romano antico, o Romuleo, secondo fonti antiche,\u00a0 era di 10 mesi, di 30 giorni, ma sappiamo che \u00e8 cosa assurda, per il fatto che, in pochi anni i mesi invernali avrebbero coinciso col periodo caldo e viceversa. Abbiamo prove che fu proprio Numa<br \/>\nPompilio il primo riformatore del calendario antico di Roma. Numa copi\u00f2, si pu\u00f2 dire, dal calendario greco, che era suddiviso in 12 mesi lunari. Che ci sia stato un calendario di dieci mesi \u00e8 per\u00f2 dimostrabile dal fatto che gli ultimi 4 mesi erano settembre, ottobre, novembre e dicembre(settimo, ottavo, nono e decimo mese), ma probabilmente di oltre 30 giorni. Caio Giulio Cesare nell\u2019anno 46 a.C. riform\u00f2 definitivamente il calendario romano, che, si dice, Augusto Imperatore abbia fatto successivamente incidere in tavole di bronzo, che per\u00f2 non sono a noi pervenute. Della riforma di Cesare danno semplici accenni<br \/>\nOvidio, Plinio, Plutarco ed altri, e notizie pi\u00f9 precise Macrobio.<br \/>\nMa tra questi solo Ovidio fu contemporaneo a Cesare, e proprio lui parla di una tradizione raccolta, cio\u00e8 della messa insieme di qualcosa che gi\u00e0 esisteva. In verit\u00e0 il suggerimento veniva da Sosigene, matematico e astronomo alessandrino contemporaneo. I mesi dell\u2019anno in lingua italiana e nelle altre lingue romanze, come ad esempio spagnolo e francese, provengono etimologicamente dal latino: Ianuarius (dedicato a Giano, il dio delle porte), Februarius (dedicato a Februus, divinit\u00e0 etrusca della purificazione), Martius (dedicato a Marte, dio della guerra, da cui si diceva traesse origine Romolo), Aprilis (derivato probabilmente da aperio = aperto, soleggiato: mese del sole?), Maius (dedicato a Maia, antica divinit\u00e0 italica), Iunius (dedicato a Giunone, moglie di<br \/>\nGiove o, secondo alcuni studiosi, alla nobilissima gens iunia), Iulius (dedicato a Caio Giulio Cesare), Augustus (dedicato ad Augusto Imperatore; prima detto Sextilis), September = il 7\u00b0 mese dell\u2019anno; October =<br \/>\nl\u2019ottavo mese dell\u2019anno, November = il nono mese dell\u2019anno; December =<br \/>\nil decimo mese dell\u2019anno. Nel calendario giuliano, ogni 4 anni, tra il<br \/>\n23 ed il 24 febbraio, si intercalava un giorno, detto bis sextus (bisestile).<br \/>\nMa c\u2019era sempre un errore (di 11 minuti e 12 secondi), che venne corretto da papa Gregorio XIII\u00b0 con la bolla\u201dInter Gravissimas\u201d del 24 febbraio<br \/>\n1582, giovandosi dell\u2019aiuto di grandi matematici e dell\u2019astronomo Aloysius<br \/>\nLilius (che avesse origini sarde?), decise di considerare come 15 ottobre il giorno 4 ottobre di quell\u2019anno, portandosi cos\u00ec alla pari con l\u2019anno solare, ma non calcolando, negli anni centenari non multipli di<br \/>\n400 il giorno bisestile. Il calendario Gregoriano \u00e8 stato adottato da quasi tutti i paesi della Terra.<br \/>\n<br \/>22 luglio \u2013 S.<br \/>\nM. Maddalena. Mio padre mi ricordava spesso la predica, durante la messa, di una domenica di luglio, del vice parroco, della Parrocchia del Sacro<br \/>\nCuore(Gonnos), dottor Casti, in sardo: \u201c Maria Maddalena\u2026fiat una pudescia; dh\u2019 iant agatt\u00e0da me in cussasa tzrivas. Il sacerdote per tradurre in sardo bordelli o casini, usava il termine tzrivas = paludi, acquitrini.<br \/>\n<br \/>24 luglio \u2013 San<br \/>\nGiacomo; Santu Jacu. \u00c8 presente negli scongiuri sardi. Solitamente in coppia con Santa Barbara: Santa Brabara e Santu Jacu, osu portais is crais de xelu, osu portais is crais de lampu, no tocheis a fillu allenu, n\u00ec in domu e n\u00ec in su sattu (scongiuro contro i fulmini).<br \/>\n<br \/><strong>Mes\u2019\u2019e Arjolas; mes\u2019\u2019e Treulas;mes\u2019\u2019e su Cramu: il mese delle aie, il mese della trebbiatura del grano; il mese della Madonna del Carmine.<\/strong><br \/>\n<br \/>Sa treula (la trebbiatura) veniva fatta nelle aie (arjolas) con i cavalli (cu\u00e0ddus), oppure con i buoi (a bois), o ancora, con le puledre (a \u00e8guas). Al centro dell\u2019aia si spargevano i covoni del grano (is mann\u00f9gas), possibilmente in cerchio, con le spighe rivolte verso il centro(cun sa cab\u00ectza aintru). I contadini (is arjolaius) guidavano gli animali durante la trebbiatura della catasta dei covoni (sa tzr\u00e8ga). Quindi con i forconi do legno (furconis de linna), ammucchiavano il grano trebbiato al centro e si preparavano alla ventilazione(is arjolaius bentuliadoris), a maestrale (bentu westu), a levante(a bentu \u2018e soli), a scirocco(a bentu \u2018e mari). Il mucchio del grano (sa r\u00e8sa), ripulito della paglia veniva poi misurato a cu\u00e0rras e imb\u00f9dus (misure di 20 e 5 litri), e messo nei sacchi. A casa le donne ripassavano il grano nei setacci (is sedatzus), per eliminare le ultime impurit\u00e0 del grano, che veniva poi conservato (incunj\u00e0u) in attesa della macinazione(molid\u00f9ra). La macina o mulino (sa mola, su mol\u00ecnu)) era ad acqua (generalmente lungo i corsi di fiumi e ruscelli) o ad asino (su mol\u00e9nti). Il grano macinato (sa f\u00e0rra) veniva ripassata con i setacci per separare la semola (sa s\u00ecmbula) dalla farina bianca(sa farr\u00ecna), dalla farina nera (su scettix\u00e9ddu) e dalla crusca (su p\u00f2ddini). Le varie parti venivano depositate in appositi contenitori di vimini e paglia: crobis, crobeddas, pobinas, canisteddas:\u00a0 su strexu de fenu (vedi nell\u2019Web \u2013 Giuseppe Concas &#8211;<br \/>\nDicius \u2013 tristu e miserinu s\u2019arr\u00ecccu, su poburu jei s\u2019arrangiat).Dalla farina bianca si facevano i pani bianchi (sas moddix\u00ecnas); dalla semola il pane duro (su cocc\u00f2i), dalla farina nera, il pane nero (su civr\u00e0xu); la crusca si dava alle galline (is puddas).\u00a0<br \/>\n<br \/>6 luglio: l\u2019Ardia di Sedilo rievoca la battaglia di Ponte Milvio del 312 d. C. tra Costantino e Massenzio; anche se, in verit\u00e0, la data precisa \u00e8 quella del 28 ottobre.<br \/>\nI monaci greci portarono in Sardegna il culto di San Costantino(insieme ai tanti altri santi del Menologio Greco), al quale i sardi dedicarono tantissime chiese ed il nome Costantino trov\u00f2 grandissima diffusione: ne sono testimonianza i documenti antichi della lingua e della storia della<br \/>\nSardegna.<br \/>\n<br \/>La Sardegna divenne bizantina dopo il 534, all\u2019indomani della cacciata del Vandali ad opera di Belisario, comandante delle truppe dell\u2019Impero Romano d\u2019Oriente, essendo imperatore<br \/>\nGiustiniano. Il governo dell\u2019isola fu affidato al prefetto africano di<br \/>\nCartagine, ma a Cagliari risiedeva il \u201cpraeses\u201d responsabile dell\u2019amministrazione dell\u2019isola ed a Fordongianus (l\u2019antica Forum Traiani) aveva sede il comando (dux) delle truppe dislocate in Sardegna. Prima di tale evento l\u2019isola era religiosamente legata alla sede di Roma, ma in verit\u00e0 in essa resistevano riti e consuetudini proprie del paganesimo. L\u2019esarcato d\u2019Africa esercit\u00f2 una energica pressione per debellare le ultime resistenze dei culti tribali e promosse una vera e propria invasione di monaci greci, per la cristianizzazione dell\u2019isola. La diffusione della religione greco<br \/>\n\u2013 bizantina (ortodossa) nella forma eremitica e cenobitica interess\u00f2 tutto il territorio, che fu letteralmente cosparso di luoghi di culto greci.<br \/>\nLa chiesa sarda, comunque, si mantenne, per un certo verso, autonoma da<br \/>\nCostantinopoli e da Roma. Dopo il 1054, anno dello scisma tra le due fedi, quella greco ortodossa e quella cattolica, la Sardegna sub\u00ec la forte pressione della Santa Sede, che intervenne con una opera di profonda riforma del culto sardo. Anche qui in Sardegna si arriv\u00f2 alla \u201cdamnatio memoriae\u201d e lo stesso Pontefice Gregorio VII minacci\u00f2, nei confronti dei 4 Giudici (governatori dei 4 regni giudicali), che volessero mantenere legami col culto bizantino, l\u2019invasione militare. Ma il culto greco era profondamente radicato e l\u2019opera di riforma della Santa Sede non riusc\u00ec ad estinguere consuetudini profondamente inserite e non solo nel culto religioso. Sta di fatto che inizi\u00f2, subito dopo lo scisma una radicale modifica della struttura delle chiese bizantine, caratterizzate dalla pianta a croce quadrata, con al centro la cupola. Sulla vecchia, solitamente, veniva impiantata la nuova croce romana. Ma la maggior parte degli edifici di culto bizantini furono abbandonati e quindi dissacrati. Sono pochissime ormai le chiese bizantine che conservano la struttura iniziale: San Giovanni di Assemini; Santa Sofia di Villasor; San Saturno di Cagliari; San Salvatore di Iglesias; San Elia di Nuxis; San Andrea Priu di Bonorva; etc; etc; In certi casi alla vecchia pianta a croce quadrata si soprappose la nuova a croce romana: esempio, Santa Maria di Guspini; in altri il braccio contenente il portale d\u2019ingresso (generalmente a sud-ovest)della croce fu allungato cos\u00ec da creare la croce romana: esempio: Santa Severa di Gonnosfanadiga.<br \/>\nTutte le chiese bizantine furono dedicate ai santi del Menologio greco, ed \u00e8 rimasto nella tradizione sarda il culto per tali santi: San<br \/>\nElia, San Salvatore, Santa Sofia, Santa Barbara, san Lorenzo, San Cosimo,<br \/>\nSan Damiano, San Giovanni; o per gli arcangeli, ad esempio San Michele; o per la Madonna nelle manifestazioni religiose bizantine: Santa Maria<br \/>\nBambina, Santa Maria Assunta, la Dormiente. Solo nel territorio di Gonnosfanadiga, alle pendici settentrionali del Monte Linas, nella Sardegna sud occidentale, rimangono i ruderi di 13 chiese bizantine, costruite da monaci eremiti e cenobiti: San Michele(di montagna \u2013 Santu Miali): si trovava nelle vicinanze dell\u2019omonima vetta, non lontano dalla miniera di Perd\u2019\u2019e Pibara(oggi restano soltanto pietrame di crollo e frammenti di tegole. Sant\u2019Antonio Abate(sant\u2019Antoni de su fogu o de is proc\u00e0xus), che fu anche la prima parrocchiale di Gonnos: sorgeva nell\u2019area in cui fu costruita l\u2019attuale chiesa di Santa Barbara, ma sino a pochi decenni or sono erano ancora visibili le pietre di base dell\u2019edificio. San Simeone (Santu Simionis), sita nell\u2019omonima localit\u00e0, al lato sud ovest del centro abitato; proprio l\u00e0 dove oggi sorge la Scuola Elementare G. Lecis\u201ddai documenti diocesani risultava consacrata sino ai primi anni del 1700. Sant\u2019Elia, seconda parrocchiale per Gonnosfanadiga, sino al 1903, allorch\u00e9 fu chiusa al culto perch\u00e9 pericolante; sopra i suoi ruderi sorger\u00e0 l\u2019attuale chiesa del Sacro<br \/>\nCuore. Sant\u2019Elena (sant\u2019Ab\u00e9ni): i suoi ruderi si trovano a circa tre chilometri dal centro abitato, raggiungibili dalla Statale per Villacidro.<br \/>\nVergine d\u2019Itria (sa Madonna de is Ollastus): vicina alla precedente, resta solo il pietrame della costruzione e frammenti di tegole. Sant\u2019Anastasia (Sant\u2019Anostas\u00eca): nei pressi dell\u2019omonima sorgente, restano solo un muro laterale e frammenti di tegole. San Michele (santu Miali): fu la seconda chiesa dedicata al Santo, ma molto pi\u00f9 importante della precedente, munita anche di fonte battesimale: era sicuramente un centro di culto, frequentato dagli abitanti dei vicini ovili (furriadr\u00f2xus).<br \/>\nSan Lorenzo (Santu Larentziu), in localit\u00e0 Serru, che fu anche centro abitato, del quale era la parrocchiale. Non molto lontano dalla precedente, ai limiti dell\u2019antico centro abitato di Serru, definitivamente abbandonato alla fine del XVI\u00b0 secolo, in seguito alle continue incursioni barbaresche(vedi nell\u201dWeb: Origine dei Cognomi Italiani \u2013 SERRU \u2013 integrazioni fornite da Giuseppe Concas), si trovano i ruderi (ancora in buono stato) della chiesa di San Pietro (Santu Pedru). Non molto lontano dal villaggio di<br \/>\nSerru, sorgeva la chiesa di San Domenico (Santu Dominigu), della quale resta soltanto un muro. Sempre vicino al sopraddetto villaggio sorgeva la chiesa di San Bartolomeo, della quale restano poche tracce e una delle sorgenti pi\u00f9 famose e pi\u00f9 belle (in senso architettonico) del territorio: la sua copertura a tholos, perfetta nelle sue parti, anche se di dimensioni piuttosto ridotte, ricorda i tempietti sacri della Sardegna.<br \/>\nSulla sorgente di San Bartolomeo(sa mitza de Santu Bartz\u00f2lu), qui da noi, si racconta una bellissima leggenda: \u201cSa Senn\u00f2ra de Santu<br \/>\nBartz\u00f2lu\u201d (nel sito: Giuseppe Concas \u2013 racconti e leggende del Campidano e dintorni). San Cosimo o pi\u00f9 probabilmente, Santi Cosimo (Cosma) e Damiano: i resti della chiesetta si trovano nelle vicinanze del fiume<br \/>\nTerr\u2019\u2019e Maistus, nei pressi del ponte detto appunto di San Cosimo. Chiesa della Vergine di Monserrato o Santa Maria: si trova proprio nel salto di<br \/>\nSanta Maria, nei pressi dell\u2019omonima sorgente, non lontano dalla Provinciale<br \/>\nGonnosfanadiga &#8211; San Gavino. La chiesetta campestre di Santa Severa \u00e8 l\u2019unica ancora oggi consacrata, e sulla cui origine bizantina ci sono pareri discordi (vedi Giuseppe Concas: feste ed eventi di Sardegna: Santa Severa di Gonnosfanadiga). Il passaggio dei monaci greci, ha lasciato in tutta la Sardegna tracce indelebili, ma soprattutto nel Sulcis Iglesiente, nel cui territorio resistono, almeno in parte, sino ai giorni nostri. Essi non soltanto cristianizzarono le popolazioni con le quali entrarono in contatto, ma insegnarono ai sardi le nuove tecniche di lavorazione dei campi, il trapianto di tantissimi alberi soprattutto da frutto, la lavorazione e conservazione dei frutti della terra, il trasporto delle acque. Nei detti e proverbi della Sardegna (vedi Giuseppe Concas: detti e proverbi del Campidano di Sardegna) rimangono vistose tracce dei loro insegnamenti. Ad esempio si recita ancora una rima: \/\/Santu Cosumu e Tomi\u00e0nu (San Cosma e<br \/>\nDamiano)\/\/ de su s\u00f9cci de sa barr\u00ectta \/\/ ndi iant fattu s\u2019ollu rem\u00e0nu\/\/\u2026San Cosma e Damiano\/\/ dal sudore della berretta \/\/ fecero l\u2019olio d\u2019oliva \/\/\u2026In ricordo del fatto che tra gli insegnamenti dei monaci greci si annovera il trapianto e l\u2019innesto dell\u2019ulivo, nonch\u00e9 la lavorazione e la conservazione del prodotto. Solitamente le terre incolte di collina, una volta disboscate e ripulite, ad esempio dalle pietre, venivano coltivate a vigneto, lungo i cui filari si procedeva all\u2019impianto degli olivastri, che dovevano poi portare gli innesti dell\u2019ulivo. Quando la vigna era ormai vecchia, dopo circa 40 0 50 anni, si procedeva all\u2019espianto, ma gi\u00e0 era rigoglioso l\u2019oliveto, che sostitu\u00ec, si pu\u00f2 dire per sempre, il vecchio impianto. All\u2019abbondanza degli oliveti nei territori di Gonnosfanadiga e Villacidro, per citarne due dei tanti altri paesi della Sardegna, si \u00e8 arrivati con tale procedura.\u00a0<\/p>\n<p><strong>Il racconto del mese:<\/strong><br \/>\n<br \/><em>Vi racconto ora la \u201cstoria\u201d di un monaco bizantino rimasto in Sardegna, dopo l\u2019esodo dei suoi confratelli, all\u2019indomani dello<br \/>\nScisma del 1054.<\/em>\n<\/p>\n<table>\n<tr>\n<td>\u00a0<\/p>\n<h2>Su calell\u00e9ddu e su p\u00e0ra ar\u00e9gu. \u2013<\/h2>\n<p>Tanti tempus fait, in dh\u2019 una biddix\u00e8dda de su Campidanu \u2018e Mesu, asutta \u2018e is perrimas de su Mont\u2019\u2019e Linas, fiat arrib\u00e0u unu p\u00e0ra ar\u00e9gu, pitik\u00e8ddu e stinghiritzu, cun sa braba ki dhi lompiat a genugus,\u00a0 langiu ke sa terra, parriat sentza de pappai de seculus e seculus, ma de is ogus birdis e intrannyantis ndi bessiat una frotza ki no si podi nai. <\/p>\n<p>Issu fiat abarr\u00e0u, nemus isciri de cantu tempus, me in sa cresiedda de Santu Miali de monti, solu ke una perda, ma prenu de luxi in su coru e sa menti. A sa fini, no biendi prus anima bia po tanti tempus iat ditzidiu de lassai cussu logu iscaresciu de su mundu e de nci calai a sa bidda accanta. No isciendi abini podi andai a bivi, po nci accab\u00e0i e tirai sa gruxi de custa vida, iat preguntau a su vicariu, predi Juanni, ki dhu podiat aggiudai a agattai un apposentu, cun sa promissa ca jei dhu iat a essi aggiudau a cunverti sa genti de cussa biddix\u00e8dda e de is furriadr\u00f2xus accanta. <\/p>\n<p>Su vicariu dhu iat casti\u00e0u cun spantu mannu: \u201cE cumenti mai cussu para fiat ancora ingunis, candu fiat oramai passau prus de unu seculu de s\u2019and\u00e0da de tottus is paras ar\u00e8gus; appustis dhu iat spegulau de conca fintzas a peis e de peis a conca e iat pentzau ca po cunbinci is animas suas, sperdias me is furriadr\u00f2xus e me is perrimas de su monti nci iat a essi \u2018offiu una pressona cun puba prus ballenti, ma dhu boliat poni a sa prova e dhi iat nau ca jei podiat abarrai. Predi Juanni dhu iat fattu u\u2019 pagheddu cun furkid\u00e0di puru, sciendi beni ca sa genti de is furriadroxus pagu ndi boliat intendi de gruxis e grastus e dhi poniat pagu gana su fragu de is-a stiaricas e de s\u2019incensu de cresia. No est ki dhu essat fattu a posta, ca su parix\u00e9ddu fiat ar\u00e9gu e issu inveci fiat cattolicu e teniat s\u2019ordini de ammostai pagu coidau po is ar\u00e9gus. A issu no ndi dhi intr\u00e0da e no ndi dhi bess\u00ecat de is-a strollikid\u00e0dis de sa cresia de Roma!<br \/>\nMa no isciendi abini dhu poni dhi iat ammostau issu e tottu sa cresiedda de Santu Bartzolu, abini nemus and\u00e0t prus, ma dho-y fiat logu bellu po bivi po si prantai calincuna cosa e una mitza de acqua bona. Su parix\u00e9ddu iat cuncodr\u00e0u de aici cun su vicariu predi Juanni e attu\u00e0da sa bertula, cun is pagus cosas ki sempri port\u00e0da si nci fiat postu in sa cresiedda de Santu Bartz\u00f2lu, ki fiat u\u2019 pagheddu sciorrocc\u00e0da, ma dhi iat donau un\u2019allikid\u00ecda in pressi, in pressi iat postu una pariga de anci\u00f2lus e una corr\u00eca de peddi a s\u2019enna e po croccai jei si iat a essi fattu una stoi\u00e8dda: de su restu ingunis accanta, abini nci cal\u00e0t s\u2019acqua de sa mitza\u00a0 dho-y fiant\u00a0 giuncus e cannisonis po dha fai. Po s\u2019ateru jei si iat a essi accuntent\u00e0u.<br \/>\nSu prexu s\u00f9u fiat ca iat a torrai a biri sa genti e issu teniat po sa genti cosas meda, meda de nai; cosas ki iat arreguau cun coid\u00e0u in sa conca sua po tanti tempus. De insaras iat cumentz\u00e0u a bisitai is furriadroxus e is medaus de cussu logu portendi su fueddu de Gesusu e ammostendi a sa genti is cosas ki issu conosciat po sa vida in custa terra: de cumenti innestai e pud\u00e0i\u00a0 su srementu e innestai e s\u2019ollastu e pudai s\u2019ol\u00eca; de cumenti arreguai s\u2019acqua in s\u2019ierru po sa sciagura de s\u2019istadi e de cumenti nci da portai de is mitzas de su monti ais ortus e a is domus de is furriadroxus e de is medaus; de cumenti acc\u00f9di a su tallu de is crabas e de is brebeis; de is malad\u00ecas de su bestiamini e de is mexinas po dhu sanai; de is maladias de is cristianus, prus ke tottu de is pippius, e de tottus is intzi\u00e0mus ki si podint fai cun is erbas e is arrexiris de is mattas; de cumenti prepar\u00e0\u00ec sa marmellata e sa figu sicc\u00e0da e tanti attras cosas ki issu conosc\u00ecat meda beni. Sa genti fiat meda contenta de su parix\u00e9ddu e issu calat fisciu a sa bidda a bisitai su vicariu, ki fiat meda prex\u00e0u poita ca sa cresia, prus ke tottu su dominigu, si preniat de genti, maccai de hominis pagu e tottu, ma meda de feminas e pippius. A su parix\u00e9ddu dhi portant cosa de pappai e issu puru ndi fiat torrau u\u2019 pagh\u00e8ddu a logu. Una bella d\u00ec iat intendiu scarraffiendi s\u2019enna de sa cresiedda e fiat bess\u00ecu a biri e iat appub\u00e0u unu calell\u00e9ddu, langiu e mortu \u2018e famini cumenti \u2018e issu e tottu candu fiat arribau a cussa bidix\u00e8dda. \u201cE it\u2019est, su cal\u00e9llu ped\u00f9ncu, famini tenis\u201d!<br \/>\nE dhi iat don\u00e0u unu arr\u00f2gu de pani e su croxu de su casu, ki issu e tottu fiat pappendi. Su calellu iat papp\u00e0u e and\u00e0u si nci fiat prex\u00e0u. Atra d\u00ec su para, a s\u2019ora matessi iat torrau a intendi su scarr\u00e0ffiu. Iat abertu: \u201c Ah ses tui cal\u00e9llu ped\u00f9ncu, beni, beni, nci nd\u2019hat po su para, nci dh\u2019hat po tui puru.<br \/>\nNo isciu ita ti n\u00e0nta e de nomini ti pongiu, Ped\u00f9ncu. E Ped\u00f9ncu no si nci fiat and\u00e0u prus e fiat abarrau accugucci\u00e0u accanta de s\u2019enna de sa cresiedda. E tottus fiant cuntentus de su parix\u00e9ddu, a tottus issu iat imparau calincuna cosa de bonu, siat in sa religioni, ke in sa vida de omnya d\u00ec. Calincuna cosa jai dha scianta, de is babbus insoru, impar\u00e0da de is paras ar\u00e8gus e tottu, ma medas cosas dhas iant iscarescias; nc\u2019est de nai ca meda de cussa genti, prus ke tottu de is furriadr\u00f2xus e de is medaus, fiant crab\u00e0xus e pastoris e fiant arribaus de Cabes\u00f9su, abini is paras ar\u00e8gus nci iant scraffiu pagu cosa. Predi Juanni puru fiat meda cuntentu, poita ca sa genti fadiat bellus arreg\u00e0llus a issu puru. Appustis tempus e tempus sa genti si fiat arroscia de su para puru e si ndi\u00a0 iscaresciat fisciu de dhi portai cosa de pappai. E fiat toccau a issu a andai de domu in domu, de furriadr\u00f2xu in furriadroxu, de medau in medau, cun su calelleddu Ped\u00f9ncu sempri avattu, a ped\u00ec sa limosina. Ma medas candu dhu biant arribendi serranta is gennas e fadiant finta de no dhu biri e de no dhu intendi. Si fiat torrau a s\u2019ossu e cun issu su cani puru, Ped\u00f9ncu, ki a sa fini fiat morrendis\u00ec de su famini.<br \/>\n\u201cE de cumenti \u2013 si faiat \u2013 appustis ki dhis happu imparau tanti cosas, imoi mi lassant solu ke una perda, su vicariu puru\u201d! Iat pigau insaras, arreneg\u00e0u po cussas cosas, sa bidei de nci calai a bidda. Iiat donau una bella sciorrocc\u00e0da de buccic\u00f2ni a sa primu genna ki iat agattau, ca fiat arreneg\u00e0u deaderus. Fiat ora de prandi e fiat bess\u00ecda sa m\u00e8ri de sa domu: \u201cKini est sa genti de aici arreneg\u00e0da.<br \/>\nKi mi ndi \u2018olit sciusci\u00e0i sa domu a pinnigosus\u201d! Si fiat intendia sa boxi de su m\u00e8ri de sa domu. \u201c Esti su para ped\u00f9ncu\u201d! Si fiat fata sa mull\u00e8ri. \u201cNossi \u2013 iat torr\u00e0u su parix\u00e9ddu<br \/>\n\u2013 seu su para a solu, ka Ped\u00f9ncu est abarr\u00e0u in Santu Bartzolu y est morrend\u00ecs\u00ec de su famini, cumenti \u2018e mimi e tottu\u201d!<br \/>\nSa genti de cussa bidda, de is furriadroxus e de is medaus accanta e su vicariu puru iant cumprendiu sa cosa\u00a0 e de insaras no iant prus murrunjau sa cosa de pappai a su parix\u00e9ddu e nimancu a su calellu Ped\u00f9ncu.<br \/>\nTempus appustis, a s\u2019orbescidr\u00f2xu de una bella d\u00ec de beranu, cun su celu limpiu e sullenu cumenti custumat in Sardinia, in custa stajoni, su parix\u00e9ddu cun sa bertula attu\u00e0da e su calelleddu Ped\u00f9ncu avattu, nci fiant pesaus conca a santu Miali de monti, de abini issu ndi fiat calau tanti tempus prima. Appustis no si nd\u2019est iscipiu prus nudda.<br \/>\nMa unu crabax\u00e9ddu de innias iat contau de hai biu una nuix\u00e8dda cun sa puba de u\u2019 angiulu (Santu Miali), cabendi a abas abertas a su c\u00f9ccuru de su monti e torrenc\u00ecnci a pesai a celu cun sa puba de su parix\u00e8ddu e de su calell\u00e9ddu puru.\u00a0\n<\/p>\n<p>Peppi<br \/>\n<br \/>\u00a0<\/p>\n<\/td>\n<td>Traduzione<br \/>\n<br \/><strong>Il cagnolino ed il monaco greco.<\/strong>\u00a0<strong><br \/>\n\u2013<\/strong><\/p>\n<p>Tanto tempo fa, in un paesino del Campidano Centrale, sotto le pendici del Monte Linas, arriv\u00f2 un monaco greco, piccolo e smilzo, con la barba bianca che gli arrivava sino alle ginocchia, magro come la terra, sembrava senza mangiare da secoli e secoli, ma dai suoi occhi verdi e penetranti usciva una forza incommensurabile! Era rimasto, nessuno sa da quanto tempo, nella chiesetta\u00a0 di San Michele di montagna*, solo come una pietra, ma pieno di luce nel cuore e nella mente. <\/p>\n<p>Non vedendo pi\u00f9 anima viva da tanto tempo, decise di lasciare quel luogo dimenticato da tutti e di scendere al paese vicino. Non sapendo dove andare a vivere, sino alla fine della sua croce, chiese al vicario, prete Giovanni, se lo potesse aiutare a trovare un posto per vivere, con la promessa che lo avrebbe aiutato a convertire le gente di quel paesino e delle frazioni vicine.\n<\/p>\n<p>Il prete lo osserv\u00f2 con sua grande meraviglia:\u201d E come mai quel frate era ancora l\u00ec, ben sapendo che era ormai trascorso pi\u00f9 di un secolo dall\u2019esodo di tutti i frati bizantini; poi lo osserv\u00f2 dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa e pens\u00f2 che per convincere le sue anime, sperdute nelle frazioni e nelle pendici della montagna ci sarebbe stato bisogno di una persona fisicamente pi\u00f9 valida, ma voleva metterlo alla prova e gli disse che poteva rimanere. <\/p>\n<p>Prete Giovanni ag\u00ec con un po\u2019 di malizia, ben sapendo che la gente delle frazioni vicine non accettava di buon grado la religione e era restia all\u2019odore della cera e dell\u2019incenso di chiesa;\u00a0 non che l\u2019avesse fatto a bella posta, per il fatto che il frate era greco e lui era invece cattolico e aveva l\u2019ordine di tenere poco rispetto per i monaci greci. <\/p>\n<p>A lui non gliene entrava e non gliene usciva degli ordini strampalati della chiesa di Roma!<br \/>\nNon sapendo dove sistemarlo lui stesso\u00a0 gli mostr\u00f2 la vecchia chiesetta di San Bartolomeo (vedi nell\u2019Web \u2013 Giuseppe Concas \u2013 racconti e leggende\u2026\u201dSa Senn\u00f2ra de Santu Bartzolu\u201d\u2026), ormai abbandonata, ma c\u2019era un bel posto per vivere, per coltivarvi qualcosa e una sorgente di ottima acqua. <\/p>\n<p>Il frate accett\u00f2 di buon grado l\u2019offerta di prete<br \/>\nGiovanni e presa la bisaccia, con le poche cose che sempre portava con se, si diresse verso la chiesetta di San Bartolomeo, che in verit\u00e0 era piuttosto malconcia, ma le diede una ripulita veloce, fiss\u00f2 bene la porta d\u2019ingresso con dei grossi chiodi di ferro e una striscia di cuoio e per dormire pens\u00f2 di farsi una stuoia: del resto, proprio vicino alla sorgente, c\u2019erano giunchi e canne per farla. <\/p>\n<p>Per l\u2019altro si sarebbe accontentato. La sua gioia stava nel fatto che sarebbe tornato a contatto con la gente, per la quale egli aveva tante cose da dire e da far vedere: le cose che aveva conservato nella sua mente con grande cura e per tanto tempo. E incominci\u00f2 a visitare le piccole frazioni e gli ovili di quei salti, portando la parola di Ges\u00f9 e mostrando alla gente le cose che lui conosceva per la vita in questa terra: come innestare e potare le viti, come innestare gli olivastri e potare i giovani ulivi; come conservare l\u2019acqua d\u2019inverno per la siccit\u00e0 dell\u2019estate e come trasportarla dalle sorgenti della montagna alle case delle frazioni (furriadr\u00f2xus)** e degli ovili; come curare le greggi di capre o di pecore; delle malattie del bestiame e delle cure adatte; e delle malattie delle persone, soprattutto dei bambini e di tutti i decotti che si potevano fare con le erbe e le radici delle pianta e degli arbusti; come preparare le marmellate e i fichi secchi e tante altre cose che lui ben conosceva.\n<\/p>\n<p>La gente rimase molto contenta del piccolo monaco, che scendeva ogni tanto a visitare il vicario del paese, prete Giovanni, che manifest\u00f2 la sua soddisfazione, anche perch\u00e9 la domenica la sua chiesa si riempiva di gente, anche se, in verit\u00e0 si trattava di donne e bambini. Al piccolo frate portavano molti cibi in regalo e si rimise bene in forma.<br \/>\nUn bel girono sent\u00ec graffiare alla porta della chiesetta, usc\u00ec a vedere di chi si trattasse e scorse subito un cagnolino, magro ed affamato come lui stesso, appena arrivato nel paesino. <\/p>\n<p>\u201cChe cosa vuoi, cucciolo \u201cquestuante\u201d hai fame\u201d? E gli diede un tozzo di pane e la crosta del formaggio, che stava mangiando. Il cagnolino mangi\u00f2 e and\u00f2 via contento. L\u2019indomani il monaco, alla stessa ora del giorno precedente, sent\u00ec di nuovo graffiare la porta. Apr\u00ec: \u201c Ah sei tu \u201cquestuante\u201d, vieni pure, se ce ne \u00e8 per il frate, ce n\u2019\u00e8 anche per te!<br \/>\nNon so come ti chiami e d\u2019ora in poi ti chiamer\u00f2 \u201cPed\u00f9ncu\u201d<br \/>\n(che significa appunto questuante, che chiede\u2026). Ped\u00f9ncu non and\u00f2 via e rimase accoccolato vicino alla porta della chiesetta. Tutti erano contenti del monaco, perch\u00e9 a tutti aveva insegnato qualcosa di utile e per la vita dello spirito, e soprattutto per la vita del corpo.<br \/>\nA dire la verit\u00e0 parecchie cosa gi\u00e0 le conoscevano, dai loro padri, che le avevano imparate dai monaci greci, ma molte le avevano gi\u00e0 dimenticate. E poi molte di quelle famiglie, soprattutto delle frazioni e degli ovili, erano di caprai e di pastori, provenienti dalla Barbagia, dove i monaci greci non erano riusciti, se non in parte, nell\u2019opera di cristianizzazione e di civilizzazione.\u00a0 Pure prete Giovanni fu contento, anche perch\u00e9 la gente del villaggio e delle frazioni faceva a lui bei regali. Ma dopo diverso tempo la gente dimentic\u00f2 queste cose e dimentic\u00f2 anche di portare da mangiare al frate, il quale dovette andare di casa in casa, di ovile in ovile, col cagnolino, Ped\u00f9ncu, sempre dietro, a chiedere l\u2019elemosina. E molti quando lo vedevano arrivare chiudevano la porta o facevano finta di non vederlo e di non sentirlo.<br \/>\nSi ridusse di nuovo all\u2019osso, e pure il cane \u201cPed\u00f9ncu\u201d. \u201cE perch\u00e9<br \/>\n\u2013 mugugnava, tra se e se \u2013 dopo che ho loro insegnato tante cose, ora mi lasciano solo come una pietra e pure il vicario si \u00e8 dimenticato di me\u201d? Mai nella sua vita si era innervosito come allora. Prese una drastica decisione e scese nel villaggio veramente deciso a far valere le sue necessit\u00e0.<br \/>\nAlla prima porta buss\u00f2 con tutta l\u2019energia che aveva in corpo. \u201cE<br \/>\nchi \u00e8 la gente, cos\u00ec infuriata che mi vuole buttare gi\u00f9 la casa a pugni\u201d? Fece dal di dentro la voce del padrone di casa. Era l\u2019ora del pranzo e si affacci\u00f2 la moglie: \u201c E\u2019 il monaco \u201cPed\u00f9ncu\u201d<br \/>\n(questuante)\u201d! Rispose la padrona di casa. \u201cNossignora \u2013 soggiunse il frate<br \/>\n\u2013 sono da solo, poich\u00e9 Ped\u00f9ncu \u00e8 rimasto in San Bartolomeo e sta morendo di fame, come me, del resto\u201d! Quel uomo comprese le giuste richieste del frate e gli diede tutto quello che poteva dargli e gli disse pure di tornare da lui quando ne aveva bisogno. La gente del paese, delle frazioni, degli ovili vicini e pure il vicario, capirono e da allora in poi non furono pi\u00f9 spilorci nei confronti del fraticello e neppure del suo cagnolino. Dopo tempo, all\u2019alba di un bellissimo giorno di primavera, con il cielo limpido e di uno splendido celeste come \u00e8 solito il cielo di Sardegna in questa stagione, il fraticello risal\u00ec verso la montagna, da cui era sceso tanto tempo prima. Poi di lui non si seppe pi\u00f9 nulla. Ma un giovane capraio della zona raccont\u00f2 di aver visto scendere dal cielo, proprio sulla vetta della montagna, una nuvoletta, con le sembianze di una angelo***, ad ali aperte e risalire verso l\u2019alto del cielo portando con se la figura del fraticello,\u00a0 e pure del cagnolino.<br \/>\n<br \/>Peppe<br \/>\n<br \/>\u00a0<\/p>\n<\/td>\n<\/tr>\n<\/table>\n<p><em>note:<\/em><br \/>\n<br \/><em>\u00b7 *\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<br \/>\nSi tratta della seconda vetta del Monte Linas: Punta Santu Mi\u00e0li (punta San Michele).<\/em><br \/>\n<br \/><em>\u00b7 **\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<br \/>\nErano le piccole frazioni, che facevano capo al paese.<\/em><br \/>\n<br \/><em>\u00b7 ***\u00a0\u00a0 L\u2019arcangelo<br \/>\nMichele, al quale i sardi dedicavano tanta devozione.<\/em><\/td>\n<\/tr>\n<\/table>\n<\/td>\n<\/tr>\n<\/table><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Almanacco del mese di Luglio&#8230; Luglio:\u00a0 Luglio \u2013 mes\u2019\u2019e arjolas; mes\u2019\u2019e treulas; mes\u2019\u2019e su Cramu \u00c8 il mese della raccolta delle messi: arjolas erano appunto le aie dove\u00a0 venivano ammassati i covoni del grano o di altri cereali (i[s] manugas de su lori) per la trebbiatura (sa treula), che avveniva solitamente con i cavalli. Luglio\u2026<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[24],"tags":[],"class_list":["post-2101","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-memorie"],"yoast_head":"<title>Luglio nell\u2019almanacco del Campidano di Sardegna \u2013 Melegnano.net<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Almanacco del mese di Luglio... 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