{"id":2109,"date":"2005-02-20T00:28:12","date_gmt":"2005-02-20T00:28:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.melegnano.net\/?p=2109"},"modified":"2005-02-20T00:28:12","modified_gmt":"2005-02-20T00:28:12","slug":"memorie-famil01","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.melegnano.net\/memorie\/famil01.htm","title":{"rendered":"La famiglia Berti di Paese (Treviso)"},"content":{"rendered":"<div class=\"tabella-scorrevole\"><table>\n<tr>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" height=\"60\" src=\"https:\/\/www.melegnano.net\/wp-content\/uploads\/legacy\/memorie\/tempipas0a.gif\" width=\"52\" style=\"aspect-ratio:52\/60\"><\/td>\n<td><strong>Famiglie d\u2019altri tempi<\/strong><br \/>\n<br \/>Da \u201cFamiglie d\u2019Altri tempi\u201d vol. I, di Mariano Berti &#8211; Ed. Pro Loco Comunale di Paese (TV)<br \/>\n<br \/>\u00a0<br \/>\n<strong>il libro con le storie complete pu\u00f2 essere richiesto direttamente all\u2019autore<\/strong><\/td>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" height=\"60\" src=\"https:\/\/www.melegnano.net\/wp-content\/uploads\/legacy\/memorie\/tempipas0b.gif\" width=\"57\" style=\"aspect-ratio:57\/60\"><\/td>\n<\/tr>\n<\/table><\/div>\n<p><strong>La famiglia Berti di Paese (Treviso)<\/strong><\/p>\n<p>Andava incontro al sole per la polverosa strada campestre parallela alla Cal Trevisana, con il carretto trainato da due buoi su cui aveva posto poche masserizie, dei ruspanti e un maialino. Percorso un tratto di campagna e superato alcuni boschetti, aveva attraversato la Postumia Romana e il sobborgo di Porcellengo. Per la scarsit\u00e0 di spazio, correva l\u2019anno 1786, Angelo Berti, \u201coriundo da Musano\u201d, aveva lasciato la dimora paterna per accasarsi a Paese con Domenica Zannoni, che gli aveva dato tre figli: Antonio (1788-1835), Giuseppe e Pietro (m. 1852). Con questi antesignani metteva radici nella campagna paesana, al civico 185 (attuale Via Gorizia, laterale di Via Sovernigo), i capifila della lunga stirpe dei Berti.<br \/>\nQuesto cognome figurava a Paese gi\u00e0 nel XVI secolo, come emerge dal \u201cRegistro entrata biave dal territorio\u201d dell\u2019epoca. Nel 1549 c\u2019erano Baldissera, Hieronimo, Gaspero e Santo, tutti \u201cdi Berti\u201d da Villa, sobborgo di Paese. Quest\u2019ultimo annotato con quattro bocche utili e dieci inutili (quest\u2019ultime riferite a persone al di sotto dei 16 e sopra i 60 anni: vecchi, donne, bambini, orfani e trovatelli). Nel 1569, ai primi, si erano aggiunti Thomio, Menego e Bona. Nel 1619 oltre a Gasparo con tredici bocche, risultavano anche Menego, Nocente e Bernardo. Si trattava probabilmente di un benestante casato veneziano.<br \/>\nTestimonianze inequivocabili emergono anche dall\u2019archivio parrocchiale di Paese, estratte dal registro dei morti: \u201cDonna Francesca, consorte di Pollo di Berti da Villa, d\u2019et\u00e0 d\u2019anni 60 circa, morta il 20 maggio 1619\u201d. Un\u2019altra recita cos\u00ec: \u201cMenega dell\u2019Hospedal, tenuta da sier Menego di Berti da Villa e Donna Pasqua sua moglie, morta il 26 febraro 1620 a tre anni\u201d. Anche nel registro dei nati dell\u2019epoca emergono i Berti: \u201cCatta (Catterina) di Agnolo Berti da Villa e di Menega sua legittima consorte, nata il 10 genaro 1636\u201d; \u201cPiero di Pasqual Berti da Villa e di Bianca Severin di Alvise da Villa, uniti in matrimonio il 29 Ottobre 1653\u201d. Questi avevano altre due figlie: Pellegrina (1641) e Maria (1643). Non si sa con precisione dove questa famiglia fosse ubicata, certo \u00e8 che esisteva ai tempi dei Loredan, la cui contemporaneit\u00e0 potrebbe configurare qualche attinenza. In ogni caso, tra questi e quelli giunti da Musano ci sono in relazione varie omonimie.<br \/>\nUn altro riscontro viene dal registro dei morti del 1667, in cui si legge che il 21 Maggio moriva Anzolo Berti di 28 anni in circa. Pure dal libro dei matrimoni si riscontra che, \u201cAdi 3 Maggio 1661, fatte lo solite pubblicazioni conforme il S. Concilio di Trento si sono sposati Antonio Berti da Levada et Gasparina Piasetta di questa parrocchia. Testimoni Mattio Bassio et Piero Severini. Assistente il P. Soane Curato\u201d. Angelo e Antonio, due nomi che si tramandano incredibilmente fino ai giorni nostri in casa Berti.<br \/>\nNel 1786 la Serenissima, dopo tante gloriose conquiste marinare, volgeva al tramonto. Nello stesso anno gli inglesi inviavano condannati politici, soprattutto irlandesi, a colonizzare l\u2019Australia da poco scoperta. Simultaneamente si scopriva che l\u2019acqua, il bene pi\u00f9 prezioso, \u00e8 formata da idrogeno ed ossigeno.<br \/>\nTutto ci\u00f2, a dir il vero, non poteva interessare al villico Angelo, che con la civilizzazione dell\u2019Australia aveva in comune solo la coincidenza dell\u2019emigrazione e la ricerca del modo meno cruento per sbarcare il lunario. Di chi fossero quei beni che prendeva in carico non \u00e8 saputo, certo \u00e8 invece che, alla fine del XIX secolo, il patrimonio apparteneva ai Bonali di Castagnole, famiglia borghese, che lo cedette in seguito ai Miglioranza da Falz\u00e8 di Trevignano.<br \/>\nAntonio e Pietro si sposarono a Paese nel 1806, a distanza di quattro giorni l\u2019uno dall\u2019altro, rispettivamente con Angela Pillon (1788-1852) e Maddalena Venturin. Nel registro dei matrimoni apposero una croce perch\u00e9 illetterati. Maddalena fece appena in tempo a dare a Pietro una figlia, Angela (1822), prima di morire nel 1825 probabilmente di parto.<br \/>\nAntonio e Angela generarono nove figli fra il 1807 e il 1829, Perina era la primogenita. C\u2019era poi Pietro (1808-55), che sposata Felicita Bedin, divenne padre di tre figli prima di essere annientato dal colera a quarantasette anni. Per lo stesso morbo, per\u00ec anche il fratello Luigi (1818-55). Nel 1855, a Paese, il \u201cchol\u00e8ra\u201d fece una vera strage: morirono 159 persone, comprese alcune di tifo e d\u2019altri mali. Un\u2019enormit\u00e0 se si considera che in tutto il territorio comunale, che comprendeva oltre al capoluogo anche Castagnole e Monigo, si contavano circa 2.300 abitanti.<br \/>\nI decessi avvennero soprattutto nei mesi estivi e per contenere il contagio i cadaveri venivano sepolti di notte. Ad aprire la fila, il 26 Maggio, fu Pietro Marcon di Sebastiano e Anna De Marchi. In assenza di medicinali va da s\u00e9 che quando scoppiava un\u2019epidemia era difficile se non impossibile arrestarla. La mancanza d\u2019igiene e la cronica scarsit\u00e0 di cibo facevano il resto.<br \/>\nNon era la prima volta che il territorio era colpito da questo flagello. Gi\u00e0 nel 1676 c\u2019erano stati 75 morti, compreso un \u201cLorenzo, figliuolo di Bernardo di Berti che morse (mor\u00ec) di due anni il 18 settembre\u201d.<br \/>\nTerzogenito di Antonio era Angelo (1813), cui fu imposto il nome del nonno, si congiunse a Margherita De Marchi da Falz\u00e8 di Trevignano. C\u2019era stato poi, per soli tre giorni, Giovanni (1816). Saltando Luigi, c\u2019era Paolo Bartolomeo (1820), poi ancora Giovanni (1822-82), che unitosi a Giovanna Trevisan, fu precursore di una nutrita discendenza. Poi Giobatta (1826-29), e Francesco (1829), deceduto pure nel 1855 per turbercolosi. Nel registro dei defunti il parroco Sante Donato scrisse che \u201cand\u00f2 a godere la gloria del cielo\u201d. La casa dei Berti quell\u2019anno fu letteralmente falcidiata: morirono cinque suoi membri di cui quattro di colera.<br \/>\nLa dimora familiare era un gran fabbricato di tre piani, ancora ben conservato, che nulla aveva da invidiare ad una caserma. Al piano terra la spaziosa cucina e una stanza da letto, oltre alle cantine, alle stalle e tre porticati, per una lunghezza d\u2019alcune decine di metri. Al primo piano i cameroni, dove dormiva l\u2019allegra brigata, un miscuglio di grandi e piccoli. All\u2019ultimo piano c\u2019erano i granai. Circondavano la casa venticinque campi di terra, sufficienti a dar lavoro a pi\u00f9 famiglie, ma non a sfamarle perch\u00e9 una grossa parte del raccolto se n\u2019andava per l\u2019affitto.<br \/>\nCol tempo la maestosa costruzione arriv\u00f2 a contenere oltre sessanta individui, mentre nella stalla erano custoditi altrettanti quadrupedi. All\u2019esterno l\u2019ampio cortile costituiva il libero territorio di numerosi ruspanti che sconfinavano a volte anche all\u2019interno dell\u2019abitazione.<br \/>\nAd Angelo e Margherita nacquero due figli: Giobatta (1841-1917) e Antonio (1843-1924). Il primo si un\u00ec ad Antonia De Rossi (1847) dei \u201cFermi\u201d da Sovernigo; il secondo si spos\u00f2 con Maria Catterina Grespan, che partor\u00ec sette discendenti. Furono questi due capostipiti a traghettare i Berti nel ventesimo secolo e a dar origine ad una variegata discendenza, che va tuttora estendendosi in Italia e nel mondo.<br \/>\nA scorrerne l\u2019albero genealogico, emerge una costante in fatto d\u2019omonimie: nell\u2019arco di due secoli il nome Angelo figura sedici volte, Antonio nove, Luigi dodici, Giobatta o Giovanni ben diciotto, intesi come maschi e femmine. Ricorrenti anche i parti gemellari.<\/p>\n<p>Giobatta e Antonia divennero genitori d\u2019otto figli, comprese due coppie gemellari, anche se pochi sopravvissero alla mortalit\u00e0 infantile e al flagello delle malattie dell\u2019epoca: Luigi (1869-69); Maria Luigia (1871); Angela (1874), che si accas\u00f2 a Domenico De Rossi (1870); i gemelli Giovanni e Francesco (1877), vissuti pochi giorni; Veronica (1879-1981), divenuta religiosa cambiando il nome in suor Giovacchina; Giovanni-Francesco (1885-1956), gemello di Anna-Elisabetta, che abbracci\u00f2 l\u2019Ordine delle Francescane Stimmatine sulle orme della sorella, assumendo il nome di Suor Bianca.<br \/>\nNel 1873, a Paese morirono cinquantasette persone, che salirono a sessantadue l\u2019anno seguente e altrettante nel 1875, e ci\u00f2 su una popolazione di circa duemila unit\u00e0. La malattia pi\u00f9 ricorrente era lo spasmo (o spasimo, spasemo), quindi la tubercolosi, la febbre tisica, la pellagra e la gastrite. Si moriva anche per nevrasi antica, gastroenterite, vizio precordiale, cardio arterite puerperale, angina difterica, paralisi, apoplesia, sciro allo stomaco, febbre puerperale e parto stentato, asma, vomita polmonare, emorragia ombelicale, imperfetto sviluppo, tabe miseraica, perfino per decrepitezza e morte subitanea. Insomma per lasciare questo mondo bastava veramente poco. Da notare che sui registri di morte si parla sempre di \u201cpassaggio a miglior vita\u201d. Erano gli anni coincidenti con la Grande Crisi, seguiti da un\u2019intensa emigrazione, in particolare verso il Sudamerica.<br \/>\nVeronica Berti lasci\u00f2 la famiglia il 18 aprile 1903 per farsi suora stimmatina. L\u2019otto novembre1904 indossava per la prima volta l\u2019abito religioso. Nel 1929, da superiora, festeggi\u00f2 a Ferrara il primo giubileo, oper\u00f2 poi nell\u2019Istituto San Carlo di Firenze-Castello. Nel 1973, per la sua avanzata et\u00e0, fu trasferita nel quartiere fiorentino Galluzzo, nell\u2019infermeria del convento \u201cIl Portico\u201d. Torn\u00f2 per l\u2019ultima volta a Paese nel 1979, quando fu festeggiata per i suoi cent\u2019anni e i 75 di professione religiosa. Mor\u00ec nel 1981 all\u2019et\u00e0 di 102 anni e nove mesi.<br \/>\nGiovanni-Francesco era sposato con Luigia Miglioranza (1889-1964) figlia di Luigi, dei \u201cPit\u00e8ri\u201d da Villa e di Maddalena-Margherita Berti (1857-1930), di Giuseppe (1835) e Piccoli Teresa. Anche in Luigia scorreva quindi il sangue dei Berti.<br \/>\nGiovanni (N\u00e0ni) e Luigia (J\u00ecja), lasciato il casermone dei Berti, in cambio d\u2019alcuni servizi poterono sistemarsi in una casetta confinante con il cortile dei \u201cBiscari\u201d in Villa Panizza, poi in quella di De Lazzari (\u201cMaton\u00e8l\u201d), al civico 27 di Via Trieste, verso la Castretta (ora Via Asiago), ceduta in seguito a Silvio Polin (\u201cFr\u00e9di\u201d). Giovanni faceva il salumiere da Frezza, a Treviso, ma era chiamato anche per le case ad ammazzare i maiali e a confezionare insaccati, era famoso per questo. Quello di \u201csalam\u00e8r\u201d fu mestiere comune nei vari rami dei Berti.<br \/>\nI due coniugi generarono due figli, Giobatta (1918-94) e Angelo (1922-99), che furono cresimati dal vescovo diocesano, mons. Andrea Giacinto Longhin, proclamato beato nel 2002 da Papa Giovanni Paolo II. Il primo si spos\u00f2 con Maria Gabriella Carestiato (1920-97), da tutti conosciuta come Marcella, figlia di Giuseppe e di Santa Vanin da Quinto: erano i genitori di chi scrive. Ebbero sei figli fra il 1946 e il 1957: Anna primogenita (1946); Mariano (1948); Antonietta e Vicenzo (1950-50), morti rispettivamente di enterocolite e di brocopolmonite; Antonietta (1951); Giovanni (1957), cui era stato imposto il nome del nonno.<br \/>\nNel 1956 assistetti al trapasso del nonno, che da tempo era cardiopatico. Fu quella la prima volta che entrai in contatto diretto con il mistero della morte. Ricordo ancora i suoi ultimi istanti mentre ripeteva l\u2019atto di dolore e le invocazioni \u201ca nostro Signore\u201d, suggerite con voce determinata da Alessandro Schiavinato (1885-1970), come chi teme di vedersi sfuggire l\u2019estrema opportunit\u00e0. \u201cInsandro Pan\u00ecssa\u201d, cos\u00ec era soprannominato Schiavinato, se lo accarezzava come si coccola un bambino, cosciente di accompagnare questo fratello fino alla soglia del Regno dei Cieli. Di scene come questa nella mia vita non ne ho riviste.<br \/>\nErano tempi di grande indigenza. Non scappava a questa regola la nostra famiglia, eppure avevamo sempre un pezzo di pane per chi stava peggio di noi. Quando facevamo la carit\u00e0 a un questuante era il nostro riscatto, perch\u00e9 ci sentivamo meno poveri.<br \/>\nDormivamo, mia sorella, la nonna e io, in una specie di granaio che aveva il pavimento d\u2019assi particolarmente degradate. Al piano terra, sotto questo locale, c\u2019era la stalla con tre quadrupedi: oltre alla nostra mucca anche quelle della famiglia di Giovanni Polin. Talvolta, all\u2019alba, quand\u2019eravamo ancora a letto, la signora Ida, sorella di Giovanni, ripuliva la stalla dal letame, sollevando un tanfo che toglieva il respiro e costringendoci ad abbandonare la \u201ccamera\u201d o a ficcarci sotto le coperte. La stanza non era soffittata, sopra di noi travi e tavelle che nei mesi invernali brillavano per il ghiaccio. Ai tre fori-finestra c\u2019erano solo gli scuri, oltretutto ad una pericolosa altezza di mezzo metro. In un angolo si teneva il vaso da notte. I servizi igienici erano inesistenti; l\u2019unico cesso, di canne, era all\u2019esterno a fianco della concimaia.<br \/>\nOgni tanto si vedevano dei topi percorrere tranquillamente le travi del sottotetto o il filo elettrico che alimentava la lampadina col piatto, mentre di notte s\u2019udiva il sommesso rosicchiare fra le pannocchie stivate sotto i letti: era il loro ambiente naturale, non il nostro. Noi bambini temevamo che nel sonno i roditori ci mangiassero le orecchie, come avevamo sentito raccontare.<br \/>\nIn un ambiente cos\u00ec malsano era difficile sopravvivere; a due anni rischiai di andare all\u2019altro mondo per broncopolmonite, come capit\u00f2 ai miei due fratellini gemelli, Antonietta e Vincenzino. Sui piccoli tumuli di terra furono piantate due bandierine di legno pitturate da Berto Rossato, con i dati anagrafici.<br \/>\nLa nostra era l\u2019ultima casa prima dell\u2019aperta campagna. La Castretta (o Ca\u2019 Stretta) della mia infanzia era molto frequentata, personalmente la conoscevo come le mie tasche. Ricordo le veloci scarpinate per sfuggire alla siringa della signora Ermida Pian, moglie di Zefferino Barbisan.<br \/>\nRimanemmo a Sovernigo fino al tempo del boom economico, quando, morta la nonna, ci trasferimmo nella nuova casa in Via Treforni, costruita in economia di sabato e domenica. Era l\u2019inizio della primavera del 1965: l\u2019alba di una nuova era nella nostra famiglia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Famiglie d\u2019altri tempi Da \u201cFamiglie d\u2019Altri tempi\u201d vol. I, di Mariano Berti &#8211; Ed. 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