{"id":2111,"date":"2005-02-20T00:28:08","date_gmt":"2005-02-20T00:28:08","guid":{"rendered":"https:\/\/www.melegnano.net\/?p=2111"},"modified":"2005-02-20T00:28:08","modified_gmt":"2005-02-20T00:28:08","slug":"memorie-famil03","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.melegnano.net\/memorie\/famil03.htm","title":{"rendered":"La famiglia Pozzebon (Majeri) di Sovernigo"},"content":{"rendered":"<div class=\"tabella-scorrevole\"><table>\n<tr>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" height=\"60\" src=\"https:\/\/www.melegnano.net\/wp-content\/uploads\/legacy\/memorie\/tempipas0a.gif\" width=\"52\" style=\"aspect-ratio:52\/60\"><\/td>\n<td><strong>Famiglie d\u2019altri tempi<\/strong><br \/>\n<br \/>Da \u201cFamiglie d\u2019Altri tempi\u201d vol. I, di Mariano Berti &#8211; Ed. Pro Loco Comunale di Paese (TV)<br \/>\n<br \/>\u00a0<br \/>\n<strong>il libro con le storie complete pu\u00f2 essere richiesto direttamente all\u2019autore<\/strong><\/td>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" height=\"60\" src=\"https:\/\/www.melegnano.net\/wp-content\/uploads\/legacy\/memorie\/tempipas0b.gif\" width=\"57\" style=\"aspect-ratio:57\/60\"><\/td>\n<\/tr>\n<\/table><\/div>\n<p><strong>La famiglia Pozzebon (Majeri) di Sovernigo<\/strong><\/p>\n<p>Il \u201cConte Rosso\u201d solcava il mare, scortato da varie unit\u00e0 tra cui gli incrociatori Trieste e Bolzano. Varato nel 1921, era stato una grande nave passeggeri di 18.000 tonnellate, ma allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, per la sua notevole velocit\u00e0 di 20 nodi, era stato acquistato dallo Stato Italiano e impiegato per il trasporto di truppe. Aveva per questo perso i suoi bei colori ed era stato riverniciato cupamente di grigio. La sera del 24 Maggio 1941 aveva a bordo 2.482 militari e 247 membri d\u2019equipaggio, inviati a combattere in Africa Settentrionale dal Governo Mussolini. Salpato all\u2019alba dal porto di Napoli, diretto a Tripoli, navigava ad oriente della Sicilia con il suo carico umano, ignaro che un occhio infido lo stava spiando dalla profondit\u00e0 degli abissi, pronto a scagliare i suoi dardi avvelenati contro l\u2019ambita preda.<br \/>\nFra queste truppe c\u2019erano due artiglieri di Paese: Giovanni Pozzebon (1899-1978) e Arturo Birello. Erano da poco passate le otto di sera quando quest\u2019ultimo sugger\u00ec al primo di andar sotto coperta per riposare. Giovanni, per\u00f2, prefer\u00ec rimanere sul ponte a farsi accarezzare dalla brezza serale come un crocerista. Pensava con nostalgia alla sua numerosa famiglia, lasciata a Sovernigo &#8211; la sposa Gioseffa, incinta, e dieci figli &#8211; per il bene della quale era partito volontario alla non pi\u00f9 giovanissima et\u00e0 di 41 anni, dopo aver gi\u00e0 combattuto nella Grande Guerra come Ragazzo del \u201c99.<br \/>\nAl crepuscolo di quella sera di primavera il mare era poco mosso, l\u2019ideale per imboscate.  L\u2019occhio adunco del cacciatore nemico aveva individuato la sagoma del suo obiettivo in controluce all\u2019orizzonte, rilevandone velocit\u00e0 e rotta. Sparati da oltre mille metri di distanza, due siluri avevano ormai segnato il crudele destino del convoglio, questione di qualche manciata di secondi e avrebbero raggiunto il bersaglio. Poco dopo, infatti, la prima esplosione sollev\u00f2 un\u2019alta colonna d\u2019acqua che invest\u00ec il ponte della nave, seguita da un secondo devastante scoppio. Il sommergibile britannico Upholder aveva colpito il \u201cConte Rosso\u201d, squarciandolo irreparabilmente, tanto che affond\u00f2 in soli dieci minuti.<br \/>\n\u201cNani\u201d, sbalzato in acqua dall\u2019improvviso inclinamento della nave che affondava con la prua, si trov\u00f2 aggrappato ad un tavolato, una specie di zattera, con altri sette compagni di sventura, tra cui un graduato.<br \/>\nQuel mare che fino a pochi istanti prima gli era sembrato tanto ospitale e gli aveva ispirato sentimenti d\u2019affetto e di speranza, era diventato di colpo ostile e gelido come una bara. Nel buio si udivano angosciate urla d\u2019aiuto e di dolore. Difficile orientarsi anche per i soccorritori, prontamente accorsi dalle navi di scorta, due torpediniere e due caccia, tra l\u2019altro il mare era ancora insidiato da sommergibili nemici che avevano sede a Malta.<br \/>\nPer ore gli otto naufraghi cercarono di infondersi coraggio mentre intorno era tutto un brulicare di zattere e di teste, tutta gente in lotta disperata per la vita. L\u2019ufficiale incitava i sottoposti a non lasciarsi andare, a muovere le gambe per non congelare, ma ad uno ad uno persero i sensi e scomparvero tra i flutti. Giovanni si trov\u00f2 solo, in piena notte, su quel precario approdo, con le forze che si affievolivano. Stava ormai per lasciarsi andare quando fu intercettato da una scialuppa di soccorso, da cui prontamente fu gettata una cima. Stremato, cerc\u00f2 di arrampicarsi, ma ricadde in acqua svenuto. Un marinaio si tuff\u00f2 a ripescarlo.<br \/>\nSi risvegli\u00f2 nell\u2019ospedale di Augusta, stringeva una sgualcita immaginetta della Madonna, quella stessa che conservava gelosamente in tasca da quando era partito. Quali pensieri l\u2019avessero sostenuto in quell\u2019interminabile tempo fra la vita e la morte lo sapeva solo lui. Avr\u00e0 pensato alla sua famiglia che stava per rimanere orfana dell\u2019unico sostentamento. Avr\u00e0 immaginato la sua Gioseffa in lacrime, condannata a cercare ogni giorno il modo per sbarcare il lunario. Chiss\u00e0 quanto avr\u00e0 pregato, lui cos\u00ec credente. Fatto \u00e8 che non fece mai mistero che a salvarlo fu la Vergine. Il compaesano Arturo era invece perito con altri 1.296 sfortunati commilitoni.<br \/>\nNani Maj\u00e8r era uno dei due figli di Andrea (1860-1927) e di Venezian Teresa (1863-1955), figlia di Girolamo-Francesco, originario da Biadene, e di Domenica Severin. L\u2019altro figlio, Giuseppe, maggiore di dodici anni, era sposato a Luigia Modesto.<br \/>\nI \u201cMaj\u00e8ri\u201d, questo il soprannome della famiglia Pozzebon (probabilmente da majo-maglio, officina fabbrile), giunsero a Sovernigo, in Via Montello, civico 12, in epoca imprecisata, provenendo da Dosson di Casier, con il capostipite Giovanni, nato intorno al 1820. Lo accompagnava il figlio Andrea, mentre l\u2019altro, Giuseppe, si consolidava nel paese d\u2019origine.<br \/>\nA Paese, col tempo, divennero proprietari di otto campi di terra, che lavoravano con altri cinque presi in affitto dalla famiglia Quaglia. Era questa la loro unica risorsa, in stalla una dozzina di vacche e non mancavano certo gli animali da cortile.<br \/>\nAndrea e Teresa generarono quattro figli fra il 1884 e il 1902: Luigi Antonio, Guglielmo, Giovanni (\u201cNani\u201d), con il quale abbiamo iniziato questo racconto, e Francesco. Il primo prese in sposa Virginia Mattarollo di Paese, il secondo emigr\u00f2 in Australia, Francesco spos\u00f2 Antonia Severin, dei \u201cSear\u00ecni\u201d di Sovernigo. Come si pu\u00f2 evidenziare, anche in questa famiglia, ai neonati si attribuiva il nome dei defunti.<br \/>\nGiovanni, oltre che fabbriciere della parrocchia, era anche il cassiere della Mutua sul bestiame. La moglie spesso lo sgridava perch\u00e9 mollava lavoro e doveri coniugali per soccorrere gli altri, mentre nella sua casa era padrona assoluta la fame. La loro stalla, nelle sere invernali, era ritrovo di una decina di anziani che discutevano e condividevano con Nani non solo le proprie preoccupazioni ed esigenze, ma anche quelle delle altre famiglie. Era il \u201cConsiglio della solidariet\u00e0\u201d di Sovernigo, non istituzionalizzato ma operativo di fatto, che si teneva in compagnia di un bicchiere di vino acquistato in Villa Panizza.<br \/>\nErano tempi di vacche magre per tutti, ma per i Maj\u00e8ri in particolare. Gioseffa spiccava salti mortali per distribuire cibo a tutte quelle bocche. Accadeva spesso che fingesse di dimenticarsi qualche piatto perch\u00e9 non sapeva cosa metterci. Di un uovo faceva quattro parti. Non parliamo dei vestiti e delle calzature, che passavano di figlio in figlio. Si recavano a Messa la domenica a turno per passarsi le scarpe. Tutto ci\u00f2 non scalf\u00ec minimamente, anzi esalt\u00f2, l\u2019onest\u00e0 della famiglia e una volta che Silvio, il figlio maggiore, approfittando del fatto che era guardiano alla stazione di Paese, sottrasse una forma di formaggio dai vagoni tedeschi, l\u2019integerrimo genitore gliela fece prontamente restituire, pur sapendo che era frutto di requisizioni. Il rischio poi era veramente notevole e non poteva permettere che il figlio esponesse la propria vita.<br \/>\nNani Maj\u00e8r era un personaggio limpido, illustre e carismatico di Paese. Gi\u00e0 nel 1945, finita la guerra, il Comitato di Liberazione Nazionale lo aveva chiamato a far parte della prima Giunta comunale post-fascista come membro apartitico, sindaco era Alfredo Cursi e pro-sindaco Quinto Perissinotto. Nella stessa coalizione c\u2019erano: Antonio Mattarollo, Luciano Desidera e Melchiorre Callegari (\u201cC\u00e8o Risso\u201d). Il suo impegno in Consiglio comunale si protrasse per qualche decennio, militando nel Partito Popolare e poi nella Democrazia Cristiana, quand\u2019erano sindaci l\u2019On. Luigi Zanoni e Vittorio Zanatta. In particolare il rapporto tra Nani e Zanoni era caratterizzato dalla condivisione degli stessi ideali e da un unico denominatore comune: l\u2019onest\u00e0 intellettuale. Tra l\u2019altro erano compari e buoni vicini di casa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Famiglie d\u2019altri tempi Da \u201cFamiglie d\u2019Altri tempi\u201d vol. I, di Mariano Berti &#8211; Ed. 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