{"id":2119,"date":"2006-06-23T00:40:47","date_gmt":"2006-06-23T00:40:47","guid":{"rendered":"https:\/\/www.melegnano.net\/?p=2119"},"modified":"2006-06-23T00:40:47","modified_gmt":"2006-06-23T00:40:47","slug":"memorie-famil11","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.melegnano.net\/memorie\/famil11.htm","title":{"rendered":"La famiglia Biondo (\u201cBiondi\u201d) di Postioma"},"content":{"rendered":"<div class=\"tabella-scorrevole\"><table>\n<tr>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" height=\"60\" src=\"https:\/\/www.melegnano.net\/wp-content\/uploads\/legacy\/memorie\/tempipas0a.gif\" width=\"52\" style=\"aspect-ratio:52\/60\"><\/td>\n<td><strong>Famiglie d\u2019altri tempi<\/strong><br \/>\n<br \/>Da \u201cFamiglie d\u2019Altri tempi\u201d vol. I, di Mariano Berti &#8211; Ed. Pro Loco Comunale di Paese (TV)<br \/>\n<br \/>\u00a0<br \/>\n<strong>il libro con le storie complete pu\u00f2 essere richiesto direttamente all\u2019autore<\/strong><\/td>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" height=\"60\" src=\"https:\/\/www.melegnano.net\/wp-content\/uploads\/legacy\/memorie\/tempipas0b.gif\" width=\"57\" style=\"aspect-ratio:57\/60\"><\/td>\n<\/tr>\n<\/table><\/div>\n<p><strong>La famiglia Biondo (\u201cBiondi\u201d) di Postioma<\/strong><\/p>\n<p>Pietro Biondo di Postioma (Treviso) non era solo un bravo contadino, ma anche un discreto pittore. Andava nelle case a dipingere santi e madonne in cambio di una scodella di brodo, ma soprattutto della compiacenza della gente. Insomma lo faceva per pura passione. Una sua opera, raffigurante la \u201cMadonna Granda\u201d, era ben visibile sulla facciata della casa di Postioma.<br \/>\nLa dimora nella quale si erano accasati i \u201cBiondi\u201d all\u2019inizio del XIX secolo, provenendo da Nervesa della Battaglia, era un edificio colonico a due piani compreso il pianterreno, pi\u00f9 tardi elevato a tre, costruito in modo da formare un sette, con quattro archi sul fronte, di cui uno pi\u00f9 ampio per il ricovero dei carri. Includeva l\u2019abitazione, le stalle, il granaio e il fienile.<br \/>\nPietro (1876-1929) era figlio primogenito di Marco (1850 ca.) e di Candida, originaria dal Montello, che misero al mondo sedici creature, anche se solo undici sopravvissero.<br \/>\nPietro era buon credente e forse anche fabricere della parrocchia; andava frequentemente a messa, ma il padre lo rimproverava adducendo che cos\u00ec si defilava da certi lavori di casa. Il figlio si difendeva dicendogli che pregava anche per lui. Questa sua fede la trasferiva anche nei dipinti. Un giorno mentre cercava di soggiogare due buoi per attaccarli al carro, se li lasci\u00f2 scappare per la campagna. Non fu agevole riprenderli anche perch\u00e9, subdorata la libert\u00e0, davano segni di pericolosa irrequietudine. Una trentina erano le bestie nella stalla dei Biondi, tra cui una cavalla e un puledro; servivano per i lavori campestri non esistendo ancora i trattori, per questo erano tutte ridotte a pelle ed ossa.<br \/>\nFiglio di Marco e Candida era anche Don Domenico, che celebr\u00f2 la sua prima messa nel 1914 e in seguito fu parroco a Preganziol (Treviso) per quasi cinquant\u2019anni; mor\u00ec nel 1969. C\u2019era pure Santo, sposato con Brigida Bianchin da Castagnole, dalla quale ebbe sette figli a Chicago (U.S.A.); C\u2019era ancora Bortolo, unito a Mira Stradiotto da Monigo; emigr\u00f2 con la famiglia a Littoria nel 1932, dove risiede ancora la sua stretta parentela.<br \/>\nDi fronte alla casa dei \u201cBiondi\u201d c\u2019era una grande aia dove si trebbiava e si movimentavano i raccolti prima di stivarli nel granaio o nel fienile. Nel vicino canale Bretella le donne lavavano i panni sul \u201clamp\u00f3r\u201d. L\u2019acqua potabile invece l\u2019attingevano dal pozzo dei Paccagnan, detti \u201cMarciori\u201d, loro vicini di casa.<br \/>\nPrima del 1930, i \u201cBiondi\u201d erano riusciti a mettere da parte un interessante gruzzolo, tanto da poter acquistare una campagna di sei ettari a Santo Stino di Livenza (VE), impegnandosi ad onorare i pagamenti con quote periodiche, ma a causa della rovinosa depressione del 1930-31, seguita a quella americana del 1929 e il conseguente deprezzamento della lira non furono pi\u00f9 in condizione di sostenere l\u2019impegno e dovettero restituirla, perdendo denaro e capitale.<br \/>\nFu questo il motivo che indusse il suocero di Emilio, Giovanni Martini, emigrato in Canada fin dal 1913, a chiamare a s\u00e9 i figli, due maschi e una femmina. Pure Emilio era tentato di espatriare con la sua sposa, ma il pensiero del distacco dalle sue radici lo fece desistere. Ci penseranno in seguito i suoi figli ad intraprendere l\u2019avventura migratoria.<br \/>\nA rimembrarci le avventure dei \u201cBiondi\u201d \u00e8 Pietro, figlio di Emilio, che porta il nome del nonno che non ha potuto conoscere.<br \/>\nIl 1950 fu uno di quegli anni che pi\u00f9 registrarono le partenze dei trevigiani verso terre pi\u00f9 generose. Il dopoguerra non lasciava intravedere nulla di buono a breve scadenza e molti tentarono l\u2019avventura migratoria. Ci prov\u00f2 anche Pietro, che part\u00ec con in tasca un contratto per un anno da bracciante, procuratogli da uno zio materno che si trovava nel Nuovo Mondo gi\u00e0 da alcuni anni.<br \/>\nPartito da Genova sbarc\u00f2 una settimana dopo ad Halifax, nella Nuova Scozia (Canada), per proseguire in treno fino a Toronto, ospite per pochi giorni della zia Irma Martini, sorella della mamma. Poi si fece altri due giorni e tre notti in treno per giungere a Calgary, nell\u2019Alberta. Si era in primavera, ma c\u2019erano disseminate lungo il percorso molte carcasse di animali uccisi dal gelo invernale, che uccelli rapaci scarnivano per il pasto; si trattava prevalentemente di cavalli selvatici. Giunto in stazione a Calgary vide salire un signore che lo squadrava da capo a piedi; era lo zio Giovanni Martini.<br \/>\nCon il suo contratto di bracciante Pietro and\u00f2 a lavorare a Rockyfort, in una famiglia di contadini di origine tedesca, che possedeva un\u2019estensione di trecento ettari, in gran parte coltivata a grano; un dollaro e mezzo al giorno era la sua prima paga, oltre il vitto e l\u2019alloggio in una baracca di legno appartata. Met\u00e0 della loro campagna era coltivata, l\u2019altra met\u00e0 \u201criposava\u201d alternativamente. Ci volevano quindici giorni ininterrotti per trebbiare quell\u2019immensa distesa di frumento, nonostante che disponessero gi\u00e0 di moderni macchinari ancora sconosciuti in Italia. Poi tutto veniva caricato sui vagoni e portato all\u2019ammasso, dove veniva stivato in enormi silos. Qui Pietro aveva notato che una buona parte del grano cadeva dalle feritorie dei vagoni e lasciato per terra. Decise cos\u00ec di raccoglierlo in sacchi e, acquistate delle galline, le affid\u00f2 ad un amico che le allev\u00f2 con quel bendiddio; il risultato fu una gran quantit\u00e0 di uova.<br \/>\nNella farm c\u2019era molto bestiame: vitelli, cavalli, maiali, per centinaia e centinaia di capi. In mezzo al recinto dei porci stava una casupola di legno, con delle feritoie attraverso le quali i maiali accedevano al mangime. Pietro, \u201cPit\u201d per i suoi datori di lavoro, aveva notato che anche stormi di uccelli pasteggiavano con il mangime dei porci entrando da un finestrino; recatosi quindi furtivamente all\u2019interno, con una scopa ne abbatt\u00e8 parecchie decine, esibendole ai padroni come trofeo di caccia, ma questi ci rimasero male. Cap\u00ec allora che erano ecologisti. Il suo pensiero andava tuttavia agli inverni passati a casa, quando s\u2019inventava di tutto pur di mangiare, catturando passeri e pettirossi con le trappole o con la \u201ccrivola\u201d (cesta di vimini usata per custodire la chioccia con i pulcini).<br \/>\nIl lavoro e l\u2019aria salubre mettevano una gran fame a Pietro, lo stesso non sembrava accadere alla famiglia tedesca. A volte avanzavano delle polpette che la padrona di casa gli diceva di portare al cane, ma all\u2019animale ne arrivava solo una parte perch\u00e9 qualcuna se la ingurgitava.<br \/>\nL\u2019inverno seguente, ridotto il lavoro, lo lasciarono libero di andarsene prima della scadenza del contratto. Trov\u00f2 subito lavoro in una grande fabbrica di cemento, che dava occupazione a trecento maestranze. Vi rimase per sette anni, periodo sufficiente a fargli germogliare la voglia di mettersi in proprio. Ogni sabato, con gli amici, faceva una scappatina fino al centro di Calgary per depositare in banca lo stipendio. La distanza di cento chilometri veniva ricoperta in poco pi\u00f9 di un\u2019ora perch\u00e9 le strade in quell\u2019immenso Paese erano gi\u00e0 molto larghe e diritte.<br \/>\nSette anni dopo la sua partenza dall\u2019Italia, Pietro si prese un mese di licenza per far visita ai suoi parenti, ma una volta ritornato a casa, la nostalgia prese il sopravvento e ci rest\u00f2 definitivamente. Sposata la sua Giuditta nel 1960, mise in atto le esperienze acquisite in terra americana avviando l\u2019attivit\u00e0 di manufatti in cemento a Castagnole, frazione di Paese (Treviso).<br \/>\nLa vecchia casa, dove un tempo erano riuniti insieme i \u201cBiondi\u201d, privata della \u201cBosch\u00e9ta\u201d, sta sempre al suo posto ai confini tra Postioma e Castagnole. In epoca recente le \u00e8 stato rifatto il trucco come ad una attraente matura signora; vi abitano ora i discendenti di Ferdinando, detto \u201cNano\u201d, figlio di Pietro e di Angela Pavan.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Famiglie d\u2019altri tempi Da \u201cFamiglie d\u2019Altri tempi\u201d vol. I, di Mariano Berti &#8211; Ed. Pro Loco Comunale di Paese (TV) \u00a0 il libro con le storie complete pu\u00f2 essere richiesto direttamente all\u2019autore La famiglia Biondo (\u201cBiondi\u201d) di Postioma Pietro Biondo di Postioma (Treviso) non era solo un bravo contadino, ma anche un discreto pittore. 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