{"id":2126,"date":"2006-06-23T00:43:58","date_gmt":"2006-06-23T00:43:58","guid":{"rendered":"https:\/\/www.melegnano.net\/?p=2126"},"modified":"2006-06-23T00:43:58","modified_gmt":"2006-06-23T00:43:58","slug":"memorie-famil17","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.melegnano.net\/memorie\/famil17.htm","title":{"rendered":"La famiglia Severin (\u201cRoss\u00e0to\u201d)"},"content":{"rendered":"<div class=\"tabella-scorrevole\"><table>\n<tr>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" height=\"60\" src=\"https:\/\/www.melegnano.net\/wp-content\/uploads\/legacy\/memorie\/tempipas0a.gif\" width=\"52\" style=\"aspect-ratio:52\/60\"><\/td>\n<td><strong>Famiglie d\u2019altri tempi<\/strong><br \/>\n<br \/>Da \u201cFamiglie d\u2019Altri tempi\u201d vol. I, di Mariano Berti &#8211; Ed. Pro Loco Comunale di Paese (TV)<br \/>\n<br \/>\u00a0<br \/>\n<strong>il libro con le storie complete pu\u00f2 essere richiesto direttamente all\u2019autore<\/strong><\/td>\n<td><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"\" height=\"60\" src=\"https:\/\/www.melegnano.net\/wp-content\/uploads\/legacy\/memorie\/tempipas0b.gif\" width=\"57\" style=\"aspect-ratio:57\/60\"><\/td>\n<\/tr>\n<\/table><\/div>\n<p><strong>La famiglia Severin (\u201cRoss\u00e0to\u201d)<\/strong><\/p>\n<p><picture><source type=\"image\/avif\" srcset=\"https:\/\/www.melegnano.net\/wp-content\/uploads\/legacy\/memorie\/famil018.jpg.avif\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"Rossato Berto con le braccia alzate tra due amici sorridenti.\" height=\"247\" src=\"https:\/\/www.melegnano.net\/wp-content\/uploads\/legacy\/memorie\/famil018.jpg\" width=\"380\" style=\"aspect-ratio:380\/247\"><\/picture>Quand\u2019ero bambino, avevo per compagni di gioco due amichetti che abitavano poco lontano di casa. Ci divertivamo con i soldatini di plastica, costruendo i fortini delle Giubbe Rosse e riproducendo le Montagne Rocciose, dove i pellirosse tenevano i loro villaggi. Quei monti erano di carta di cellulosa, proveniente da sacchetti di calce e d\u2019altra polvere colorata, stivati fra pennelli e barattoli di vernice che erano la materia prima del padre dei due amici che faceva il pittore. Quell\u2019uomo eccezionale era Berto Rossato, marito di Maria e padre di Eliseo e Renato Severin, con i quali trascorsi parte della mia fanciullezza.<br \/>\nSeverin, una famiglia che viene da lontano, non perch\u00e9 derivi da chiss\u00e0 quale remoto continente, ma per la sua allungata sequenza genealogica. Al tempo del doge Alvise II Mocenigo (1700-1709) c\u2019era il capostipite Zuanne (Giovanni) che probabilmente s\u2019era staccato dai \u201cSear\u00ecni\u201d di Sovernigo. Ignoto ancora il motivo del soprannome \u201cRossato\u201d, che potrebbe derivare dal colore dei capelli, attribuito per distinguerlo da nuclei omonimi. Di Severin, infatti, a Paese (Treviso) ce ne sono vari altri, conosciuti come C\u00f2te, Baldruca, Cesu\u00ecn, C\u00f2ci.<br \/>\nPi\u00f9 avanti nel tempo c\u2019era Giacomo-Eugenio detto \u201cNeno\u201d (1833-1928) congiunto a Costanza Vendramin, e poi Antonio (1865-1950) chiamato \u201cT\u00f2i\u201d, marito di Ida Vendramin (1875-1956) detta \u201cMarieta\u201d.<br \/>\nLa casa dei Rossati era una modesta abitazione rurale. Fu qui che Antonio e Ida fecero venire al mondo quattordici figli fra il 1896 e il 1915, ma solo nove scamparono all\u2019impietosa mortalit\u00e0 infantile di quegli anni. Era una famiglia d\u2019agricoltori, fittavoli della parrocchia di San Martino in Treviso. Lavoravano quattro campi di terra, avvalendosi di due mucche e un\u2019asina.<br \/>\nDa giovane, T\u00f2i era partito volontario nell\u2019arma dei Carabinieri Reali, mettendoci poi la firma fino ad acquisire il grado di vicebrigadiere. Era stato a Gallarate e Borgosesia, due stazioni molto lontane da casa. In quel periodo si era innamorato della sua Marieta che desiderava ardentemente sposare. Scelse quindi di lasciare la Benemerita pur di accasarsi, tornando a fare il contadino, un lavoro duro ma libero da vincoli e sottomissioni. Teneva la battuta sempre pronta, per questo era attorniato da tanti amici. La sua sposa non era da meno in giovialit\u00e0 e, i due, insieme, formavano davvero una coppia affiatata.<br \/>\nLa satira del genitore fu geneticamente trasmessa al pi\u00f9 illustre figlio della famiglia: Umberto, in arte Berto Rossato (1914-1978), pittore, che possedeva anche tanti altri talenti, uno per tutti, la passione per il teatro. Era questo il penultimo figlio di T\u00f2i e Marieta, sposato a Maria Zanatta (1992) dei \u201cPerina C\u00f2ea\u201d da Castagnole, che gli diede tre eredi.<br \/>\nFin da piccolo Umberto aveva dimostrato talento artistico plasmando statuette di terra. Gli piaceva soprattutto disegnare. A quattordici anni, predisposto il progetto nel verso di una carta geografica in disuso, costru\u00ec una trebbiatrice in miniatura con pezzi di latta ricavati da barattoli di conserva, perfettamente funzionante. Era un\u2019autentica meraviglia. In seguito ne costru\u00ec altre, sempre pi\u00f9 piccole e perfettamente operative, seguendo l\u2019evoluzione di quelle industriali. Con questi \u201cgiocattoli\u201d vinse vari premi.<br \/>\nPur esercitandosi costantemente in disegno, suo principale hobby, Umberto trov\u00f2 lavoro come imbianchino presso una ditta specializzata in tinteggiature, stuccature, decorazioni e affrescature di chiese. Nel ragazzo per sua natura predisposto all\u2019arte, l\u2019occasione fu provvidenziale, un\u2019opportunit\u00e0 che gli permise d\u2019apprendere le prime tecniche applicative, tradotte nei ritagli di tempo libero in schizzi e dipinti divertendosi ad immortalare scene di vita quotidiana e paesaggi che regalava agli amici. Oltre alle primitive fondamentali esperienze lavorative, Berto ebbe cos\u00ec modo di venire a contatto con la massima arte medioevale, macinando centinaia di chilometri in bicicletta fino a portarsi in Centro Italia. Lo testimonia l\u2019episodio che segue: uno spaccato di vita dal sapore felliniano, che per i giorni nostri avrebbe dell\u2019incredibile se non fosse stato raccolto dalla viva voce degli stessi protagonisti.<br \/>\nPrimavera 1933. Tre giovani paesani, emuli di Alfredo Binda, che stava per vincere per la quinta volta il Giro d\u2019Italia, inforcata la bicicletta, partirono da Paese per recarsi a sbarcare il lunario dalle loro zie, suore francescane Stimmatine, in Toscana. I tre, Berto Rossato, Giobatta Berti (1918-1994) e Attilio De Rossi (dei \u201cFermi\u201d, 1914-1999), alle prime luci dell\u2019alba erano gi\u00e0 in strada, con pochi spiccioli in tasca e scarso cibo, pedalando di buona lena per tutta la giornata, giusto il tempo per arrivare a Ferrara prima di notte. In citt\u00e0 sostarono ospiti del convento dove risiedeva Suor Giovacchina Berti, zia di Battista, che n\u2019era superiora, per ripartire il mattino seguente. Attraversata Bologna e percorsa per un tratto la statale Porrettana, s\u2019inerpicarono per una strada secondaria quanto impervia fra gli Appennini, respirando la polvere sollevata dalle rare e rumorose automobili che vi transitavano. La salita si rivel\u00f2 di una fatica immane, vinta solo dalla loro grande abnegazione. <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" alt=\"Toi e Marieta, una coppia di anziani seduta in giardino.\" height=\"498\" src=\"https:\/\/www.melegnano.net\/wp-content\/uploads\/legacy\/memorie\/famil018b.jpg\" width=\"480\" style=\"aspect-ratio:480\/498\">Fu a due chilometri dal Passo della Futa che, complice una buca, avvenne il fattaccio, il telaio della bicicletta di Giobatta si spezz\u00f2 in due tronconi: &#8220;Una ruota da una parte e una dall\u2019altra&#8221;, tenne a precisare lo stesso. Che fare? Imprecare non si poteva perch\u00e9 era tutta gente con timor di Dio. Berto non si perse d\u2019animo e, addocchiato un vigneto, sal\u00ec sul pendio. Guardandosi furtivamente intorno, divelse una palina di sostegno, strappando del filo di ferro dal filare, quindi, uniti alla bell\u2019e meglio i due tronconi, ripresero il viaggio verso Prato, distante circa trenta chilometri. Qui fecero saldare la bicicletta con i pochi soldi che avevano in tasca e si separarono: Battista and\u00f2 a Firenze, a lavorare nel podere del convento &#8220;Il Portico&#8221;, dalla zia Suor Bianca, sorella di Giovacchina, mentre Berto ed Attilio si diressero verso Lucca, ad imbiancare la chiesa del convento dove risiedeva Sr. Isolina De Rossi, zia di Attilio, prima di ricongiungersi all\u2019amico in Firenze.<br \/>\nPer Berto Rossato, accompagnato da un maestro elementare, pure ospite del convento delle Stimmatine, fu anche un mese dedicato all\u2019arte e alla scoperta della citt\u00e0 di Giotto. &#8220;Pagava sempre lui \u2013 dichiar\u00f2 in seguito agli altri due amici &#8211; perch\u00e9 di soldi proprio non ne avevo&#8221;. Ripeterono lo stesso percorso una decina di volte, talvolta ripercorrendo tutta la Porrettana fino a Pistoia. Ad una di queste si aggreg\u00f2 anche Angelo, il fratello di Battista, che condusse fino a Figline Valdarno il padre, Giovanni, seduto sul ferro della bicicletta.<br \/>\nLe fotografie, per quei tempi magri, non ci sono. Forse \u00e8 meglio cos\u00ec, certi episodi sono pi\u00f9 belli da immaginare.<br \/>\nNuovo impulso ricevette la passione per l\u2019arte di Berto Rossato nell\u2019immediato dopoguerra. Fu grazie al parroco mons. Attilio Andreatti che conobbe il professor Bargellini, incaricato di studiare le decorazioni interne dell\u2019ampliata chiesa arcipretale. Berto ottenne cos\u00ec il permesso di frequentare l\u2019Accademia delle Belle Arti di Venezia in qualit\u00e0 di \u201cuditore\u201d. Oltre alle lezioni d\u2019anatomia artistica del Bargellini, assisteva a quelle del professor Beni, acquisendo la sua maturit\u00e0 di \u201cMaestro d\u2019Arte\u201d a honorem: titolo che sanciva il riconoscimento della sua innata inclinazione artistica. Ma il pezzo di carta non cambi\u00f2 la sua vita, rimase con i piedi ben piantati per terra anche se la sua arte fu sempre pi\u00f9 richiesta ed apprezzata. Arrivarono commissioni da ogni dove, la sua fama travalic\u00f2 ben presto i confini della provincia. Pitture ed affreschi si trovano nella chiesa di Covolo di Piave, nella Chiesa Votiva e in quella dei Carmelitani Scalzi di Treviso, poi in provincia di Brescia, a Sal\u00f2, Gaino, Monte Maderno, Adro e Timolina. Negli intervalli lo chiamavano a decorare capitelli ed oratori, eretti nel dopoguerra com\u2019ex-voto, uno di questi \u00e8 ben conservato a Paderno di Ponzano Veneto. Nel 1961, a quarantasette anni, coron\u00f2 il suo sogno di decorare la chiesa arcipretale di Paese, riprendendo il progetto del suo insegnante d\u2019accademia. Morto mons. Andreatti, l\u2019incarico gli fu conferito dal successore, mons. Mario Ceccato, il parroco che dot\u00f2 la parrocchia di Paese di grandi opere: la facciata marmorea della chiesa, il cinema \u201cMascagni\u201d, la Casa del Giovane \u201cDon Bosco\u201d e gli affreschi della chiesa appunto. Berto che sapeva di giocarsi in casa attiv\u00f2 tutto il suo bernoccolo in quest\u2019opera mastodontica. Dipinse cos\u00ec la \u201cGloria di San Martino\u201d, patrono della parrocchia, i medaglioni dei dodici apostoli, l\u2019Annunciazione, il Battesimo di Ges\u00f9, la figura del Buon Pastore e la pala del Beato Giuliano Eymard.<br \/>\nAltre commissioni per nuove chiese d\u2019affrescare gli giunsero dal Trentino, dalla Lombardia, dalla Toscana, dal Veronese e soprattutto dalla Sicilia, in particolare da Catania, Ragusa, Lentini, Patern\u00f2 e Belpasso. Fu forse questo il periodo pi\u00f9 entusiasmante per Berto Rossato, che lo rammentava oltre che per le gratificazioni anche per la straordinaria ospitalit\u00e0 e stima della gente sicula.<br \/>\nBerto Rossato ha goduto i frutti della sua fatica non della sua arte, come la maggioranza degli artisti pi\u00f9 famosi. Viveva per\u00f2 di passione: per il suo lavoro; per la famiglia; per le cose belle; per l\u2019amicizia; per il suo paese, che gli ha poi dedicato una strada e due mostre retrospettive.<br \/>\nAl suo funerale c\u2019era praticamente il paese intero. Questo figlio di T\u00f2i e di Marieta, ricordato nel sesto volume di \u201cPittura e scultura dell\u2019Italia contemporanea, edito da Alfa-Carpi, ha fatto grande la famiglia proprio per la sua semplicit\u00e0.<br \/>\nAttualmente la casa dei Severin-Rossato, dove giocavamo ai soldatini, ampliata per adeguarla alle nuove esigenze, lascia ancora intravedere parte dell\u2019originario edificio. Vi dimorano i figli del pittore, Eliseo (1945) con la mamma Maria; Renato (1948) e la sua famiglia, mentre Pierina (1957) si \u00e8 accasata a Dosson di Casier.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Famiglie d\u2019altri tempi Da \u201cFamiglie d\u2019Altri tempi\u201d vol. I, di Mariano Berti &#8211; Ed. Pro Loco Comunale di Paese (TV) \u00a0 il libro con le storie complete pu\u00f2 essere richiesto direttamente all\u2019autore La famiglia Severin (\u201cRoss\u00e0to\u201d) Quand\u2019ero bambino, avevo per compagni di gioco due amichetti che abitavano poco lontano di casa. 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