«Mangià a ufo»: l’espressione milanese nata sui barconi dei Navigli
C’è chi arriva sempre a tavola quando il conto lo paga qualcun altro, e per lui a Milano esiste una formula precisa: «el mangia a ufo». Mangia gratis, a scrocco, alle spalle degli altri. L’espressione è viva ancora oggi in tutta Italia, ma la spiegazione più raccontata la lega a un episodio molto milanese, che comincia in cima al Duomo e finisce lungo i Navigli.
Che cosa vuol dire
«Mangiare a ufo» significa mangiare, e per estensione ottenere qualcosa, senza pagare e a carico di altri. Non è la stessa cosa di «gratis»: la sfumatura è quasi sempre negativa. Chi mangia a ufo non riceve un dono, ma approfitta della generosità o della distrazione di chi paga per lui. Il milanese la pronuncia spesso a uff o a ufa, e la usa per lo scroccone di professione, quello che a un invito non rinuncia mai e a un’offerta di dividere la spesa trova sempre il modo di sottrarsi.
La parola è talmente entrata nell’italiano da comparire perfino nelle Avventure di Pinocchio di Collodi, dove il burattino sogna una vita comoda e senza fatica. Segno che, da modo di dire di una città, «a ufo» è diventato patrimonio comune, pur conservando quel retrogusto di rimprovero che aveva in origine.
La sigla sui barconi del Duomo
L’ipotesi più diffusa, e la più cara ai milanesi, parte da tre lettere: A.U.F., cioè Ad Usum Fabricae, «per uso della Fabbrica». La Fabbrica è la Veneranda Fabbrica del Duomo, l’ente nato nel 1387, all’epoca di Gian Galeazzo Visconti, per costruire e poi mantenere la cattedrale. Un cantiere così grande aveva bisogno di enormi quantità di pietra, e quella pietra doveva arrivare in centro a Milano da lontano.
Il marmo del Duomo è il celebre marmo rosa di Candoglia, estratto dalle cave della Val d’Ossola che il Visconti concesse alla Fabbrica. Dalle cave i blocchi scendevano al fiume Toce, attraversavano il Lago Maggiore, imboccavano il Ticino e da lì il Naviglio Grande, che li portava fino dentro la città, alla darsena e al laghetto di Santo Stefano, a pochi passi dal cantiere. Su ogni barcone carico di marmo era dipinta la sigla A.U.F.: quel materiale, destinato alla cattedrale, viaggiava esente da dazi e pedaggi. Passava «a ufo», cioè senza pagare la gabella che gravava invece su tutte le altre merci in transito.
Da quell’esenzione, racconta la tradizione, sarebbe nato il modo di dire: viaggiare, e poi mangiare, «a ufo» come i marmi del Duomo. È lo stesso dialetto milanese a custodire, in due sillabe, il ricordo di un privilegio fiscale di sei secoli fa.
Non soltanto Milano
La stessa etimologia si racconta anche altrove, ed è un buon motivo per prenderla con prudenza. A Firenze i materiali per Santa Maria del Fiore sarebbero stati marcati A.U.F.O., Ad Usum Florentinae Operae, con lo stesso significato di merce esente. A Roma, ai tempi della fabbrica di San Pietro, si sarebbe diffusa la voce auffa, che il poeta Giuseppe Gioachino Belli registra nel senso di «gratis».
Che tre città rivendichino la stessa origine invita alla cautela: gli studiosi non sono concordi, e accanto alla lettura «cantieristica» ne circolano altre, dall’ipotesi di una sigla d’ufficio a quella, più fantasiosa, delle feste romane di Ferragosto. Resta però il fatto che a Milano la spiegazione dei barconi non è soltanto suggestiva: si appoggia a una storia vera, quella dei marmi di Candoglia e dei loro privilegi lungo i canali.
Il detto oggi
Dei dazi sui Navigli non è rimasto niente, e i barconi con la sigla A.U.F. appartengono ai libri di storia. L’espressione, invece, gode di ottima salute: la si sente ogni volta che qualcuno si siede a tavola sperando che il conto lo saldi un altro. Pochi, dicendola, pensano ancora al Duomo. Eppure, senza saperlo, continuano a nominare un pezzo di Milano, quello dei suoi canali scomparsi e della montagna di marmo rosa che li ha risaliti per cinque secoli. È il destino dei modi di dire più fortunati: sopravvivono alle cose che li hanno generati, e portano avanti nel parlato quotidiano una memoria che nessuno ricorda più di custodire.
Domande frequenti
Che cosa significa «mangià a ufo»?
Significa mangiare, o ottenere qualcosa, senza pagare e a spese di altri. Ha quasi sempre una sfumatura negativa: descrive chi approfitta della generosità altrui, cioè lo scroccone.
Come si scrive, «a ufo» o «a uffa»?
In italiano la forma corrente è «a ufo». A Milano si sente spesso pronunciare «a uff» o «a ufa», varianti dialettali della stessa espressione.
Che cos’è la sigla A.U.F.?
È l’abbreviazione del latino «Ad Usum Fabricae», «per uso della Fabbrica». Indicava i materiali destinati alla Veneranda Fabbrica del Duomo, esenti da dazi e pedaggi.
Che cosa c’entra il Duomo di Milano?
I barconi che portavano il marmo al cantiere del Duomo recavano la sigla A.U.F. e viaggiavano senza pagare dazio. Da quel «passare senza pagare» sarebbe nato il modo di dire.
Da dove arrivava il marmo del Duomo?
Dalle cave di Candoglia, in Val d’Ossola, concesse alla Fabbrica da Gian Galeazzo Visconti. I blocchi scendevano lungo il Toce, il Lago Maggiore, il Ticino e il Naviglio Grande fino a Milano.
L’espressione esiste solo a Milano?
No. La stessa origine si racconta a Firenze, con la sigla A.U.F.O. per l’Opera del Duomo, e a Roma, con la voce «auffa» registrata dal poeta Belli. Proprio per questo l’etimologia è discussa.
«Mangiare a ufo» è la stessa cosa di «mangiare gratis»?
Non del tutto. «Gratis» è neutro; «a ufo» aggiunge un giudizio: chi mangia a ufo non riceve un dono, ma sfrutta la spesa altrui. È vicino a «mangiare a sbafo» o «a scrocco».
Si usa ancora oggi?
Sì, è tuttora comune in tutta Italia. Lo si dice di chi si fa sempre offrire e non contribuisce mai, anche se ormai in pochi ne ricordano il legame con i marmi del Duomo.
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