La storia degli Zuavi e dei Turcos a Melegnano
Le origini africane e la nascita dei reparti
La storia dei corpi militari che presero parte ai combattimenti in Lombardia nel diciannovesimo secolo affonda le sue radici nelle campagne coloniali francesi in Nord Africa. L’esigenza di avvalersi di truppe indigene si manifestò nel 1830, con la decisione del re Carlo X di intraprendere una campagna di conquista in Algeria. Questo progetto fu attuato dal ministro Auguste Jules Armand de Polignac prima, per poi essere concluso sotto il ministero di Guizot con la sottomissione dell’intero territorio algerino. Tra il 1854 e il 1857, l’imperatore Napoleone III riprese l’espansione occupando le oasi del Sahara e la Cabilia, abitata dai Berberi.
I primi soldati a militare in questi ranghi furono proprio Gli Zuavi. Il loro nome deriva dal termine arabo “Zwawa”, utilizzato per la tribù berbera degli “Igauauen” abitanti nella Cabilia. Fin dell’inizio dell’occupazione francese nel 1830, questa tribù fornì gli uomini per costituire le prime compagnie nel 1837. Sebbene all’inizio si trattasse di reparti a composizione mista, col tempo il corpo divenne interamente francese. L’ordinanza del re Luigi Filippo nel 1831 confermò la ferma di un corpo militare speciale destinato all’impiego fuori dai territori nazionali, noto storicamente come Zouaves, Tirailleurs e Chasseurs d’Afrique. Con il decreto del 1 ottobre 1830 vennero istituiti i primi due battaglioni, che nel 1852 formarono tre reggimenti stabili dislocati a Costantina, Orano e Blidhah.
L’inconfondibile uniforme e i dettagli dell’equipaggiamento
L’aspetto visivo di questi soldati era caratteristico e si distingueva nettamente da quello dei granatieri tradizionali. L’uniforme comprendeva una camicia di lana blu coperta da una giacca corta di panno azzurro scuro con trecciole rosse e ricami arabescati in rosso e oro. Sul petto spiccavano le finte tasche, chiamate “tombeaux”. Secondo il capitano G. Gangloff, questo nome derivava dal termine arabo “Keber” (al plurale “Kébour”), che indicava la custodia della pistola portata dai turchi sul lato sinistro. Il colore di questa finta tasca identificava il reggimento: rosso per Algeri, bianco per Oran, giallo jonquille per Constantine e blu per la Tunisia.
La parte inferiore presentava pantaloni molto ampi e gonfi di colore rosso, stretti sotto il ginocchio da un cordoncino di cotone nero. Una particolarità di questi pantaloni, introdotti sotto l’influenza del generale de Lamoricière, era la presenza di piccoli fori nella parte inferiore, noti come “fori di Lamoricière”, ideati per far defluire l’acqua accumulata durante il guado dei fiumi. La vita era fasciata da una cintura di cotone azzurro chiaro, larga diciotto centimetri e lunga quattro metri, avvolta sopra il camiciotto e lasciata ricadere sul fianco sinistro. Ai piedi i soldati calzavano ghette di cuoio bianco, mentre sul capo portavano la “chéchia”, un fez di colore rosso sormontato da un ponpon blu. Come documentato negli studi di Julius Schoen, questi reparti avevano in dotazione carabine modello 1846 e 1853 a canna rigata, con alzo a ritto e cursore graduato, che utilizzavano il sistema a stelo Thouvenin con pallottole Tamisier a base piatta.
I Turcos e la mobilitazione per la campagna d’Italia
Accanto agli zuavi operavano i tiratori algerini, chiamati “turcos”. Questo soprannome fu attribuito loro dai russi durante la guerra di Crimea, combattuta tra il 1853 e il 1856, a causa del loro stile di assalto e di un’uniforme celeste con calzoni bianchi che ricordava quella delle truppe turche. Il corpo era stato istituito nel 1838 sotto il regno di Luigi Filippo, crescendo rapidamente da un solo battaglione di sei compagnie a trentanove compagnie. A differenza degli zuavi, i tiratori algerini venivano reclutati direttamente tra le popolazioni indigene del Nord Africa e inquadrati da ufficiali francesi.
In vista della campagna d’Italia, Napoleone III firmò il 26 marzo 1859 un decreto imperiale per la costituzione di un reggimento provvisorio di tiratori algerini su tre battaglioni. Il 23 aprile 1859 le truppe si imbarcarono sul piroscafo Christophe Colomb, giungendo a Genova il 26 aprile 1859, da dove il contingente fu trasferito a Rivarolo. Il 30 aprile 1859 il reggimento, comandato dal colonnello Laure e dal tenente colonnello De Monfort, fu aggregato alla prima brigata del generale Lefebvre, appartenente alla prima divisione di La Motte-Rouge, nel secondo corpo d’armata di Mac-Mahon. Il 2 maggio il corpo raggiunse Alessandria e il 14 maggio 1859 Napoleone III assunse il comando diretto delle operazioni. Dopo il combattimento di Palestro del 30 maggio 1859, il secondo corpo si diresse a Turbigo il 3 giugno, scontrandosi a Magenta con seimila austriaci, scontro in cui il reggimento algerino registrò trentuno morti e centoquarantaquattro feriti.
La battaglia di Melegnano e lo scontro sul Lambro
Dopo la vittoria di Magenta, le truppe alleate proseguirono la marcia verso est. Il 7 giugno 1859 i tiratori algerini entrarono per primi a Milano alla testa dell’armata franco-piemontese. La sera dell’8 giugno 1859, i reparti si attestarono sulla riva sinistra del fiume Lambro, nei pressi del borgo di Melegnano, dove le forze austriache avevano organizzato una linea difensiva. Le testimonianze storiche, tra cui il memoriale dell’ingegner Frassi dell’8 giugno 1859, confermano il ruolo svolto dai soldati africani durante l’assalto.
I piccoli gruppi di tiratori algerini furono impiegati in azioni di disturbo per disperdere le difese nemiche. L’obiettivo era aggirare le posizioni austriache per prenderle alle spalle sulla spianata del Castellazzo, un’area situata all’interno di Melegnano vicino al Lambro. Quando i soldati si presentarono sulla sponda della Cappuccina, vennero bersagliati da un fitto fuoco di fucileria austriaco. Di fronte a questa resistenza, i tiratori decisero di attraversare il corso d’acqua per guadagnare la riva opposta. Una volta completato il passaggio del fiume Lambro, i reparti d’assalto travolsero le linee nemiche, ingaggiando un violento combattimento corpo a corpo che si concluse con un massacro di austriaci e segnò la conquista della posizione.
Domande frequenti
Qual è l'origine del nome degli zuavi?
Il nome deriva dal termine arabo Zwawa, utilizzato per indicare la tribù berbera degli Igauauen residente nella Cabilia algerina. Questa popolazione fornì i primi combattenti durante l’occupazione francese del territorio nel 1830.
Come si distinguevano i Turcos dagli zuavi per l'uniforme?
I tiratori algerini detti Turcos indossavano un giubbetto celeste e larghi calzoni bianchi di tipo orientale, sormontati da un fez floscio. Gli zuavi portavano invece corti giubbetti blu scuro con ricami rossi e caratteristici pantaloni rossi molto gonfi.
Cosa sono i fori di Lamoricière sui pantaloni degli zuavi?
Si tratta di piccoli fori praticati nella parte inferiore dei pantaloni rossi degli zuavi per facilitare il deflusso dell’acqua. Questo accorgimento evitava che l’indumento si appesantisse eccessivamente durante l’attraversamento dei corsi d’acqua.
Quali armi avevano in dotazione gli zuavi nel 1859?
I soldati avevano in dotazione le carabine modello 1846 e 1853 a canna rigata con alzo a ritto e cursore graduato. Queste armi sfruttavano il sistema a stelo di Thouvenin adattato all’uso della pallottola Tamisier a base piatta.
Come arrivarono in Italia i tiratori algerini nel 1859?
Il battaglione si imbarcò sulla nave Christophe Colomb il 23 aprile 1859 e sbarcò a Genova tre giorni dopo. Successivamente il reparto venne trasferito a Rivarolo prima di essere assegnato al fronte piemontese.
Quale ruolo ebbero i Turcos nella battaglia di Melegnano?
I tiratori algerini furono impiegati in azioni di disturbo per aggirare le posizioni austriache sulla spianata del Castellazzo. Nonostante il fuoco nemico alla Cappuccina, guadarono il fiume Lambro e assaltarono le linee avversarie.
Chi erano gli zuavi pontifici e quando nacquero?
Questo corpo speciale fu costituito nel 1860 dal generale Lamorcière per difendere lo Stato Pontificio. Reclutato tra le famiglie aristocratiche francesi sotto la guida del barone di Charette, si sciolse definitivamente nel 1871.
Quali significati assume il termine zuavo nella lingua francese?
A seconda del contesto, la parola può indicare un uomo coraggioso oppure una persona stravagante e bizzarra. In testi storici della fine del diciannovesimo secolo, fare lo zuavo significava anche fare il fanfarone o il perditempo.
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